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Una moneta e un francobollo...

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Il Socio Paolo Coluzzi si...

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La promessa dei nuovi Soci...

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Le attività del gruppo allievi...

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Sul fronte della cultura. Lì, in Polonia, lasciò segni notevoli nel campo della cultura, nella quale vedeva una matrice fondamentale della civiltà europea. E se stanchezze e momenti di sfiducia avevano colto più di tutti il mondo universitario della sua terra, don Karol aveva studiato il metodo per avvicinare i giovani, da lui tanto amati, dei quali resterà sempre amico.
Lo ha fatto creativamente, attraverso il teatro, senza divagazioni, ma con passione, attenzione allo stile e capacità di sorprendere. Basterebbe ricordare alcune delle sue opere scritte tra il 1940 e il 1960, in cui spesso compare come protagonista, popolate di importanti figure bibliche, tra le altre Giobbe, Geremia, temprate dal fascino e dalla forza della parola, che diventa azione, dramma, ha
il pregio di portare i personaggi, mai casuali, al centro della scena, lì con lui, ricca di effetti e tonalità diverse, con le suggestioni che è in grado di evocare.
La fonte della sua ispirazione è, senza dubbio, la natia Wadowice. Lì, Lolek (Carletto), è il diminuitivo affettuoso di Karol, è un giovane a modo, si fa notare: oltre alla lettura dei mistici Giovanni della Croce (sulla cui opera s’intrattiene per la tesi di laurea) e Teresa d’Avila, è attratto dai grandi classici polacchi, mostrando peraltro un grande rispetto per quella gente, segnata da religiosità profonda.
Scopre in quel clima per nulla sereno il fascino della recitazione, benché poi osteggiata dal regime, interpretando parti a volte drammatiche e comunque avvincenti, da cui traeva infiniti spunti utili a provocare riflessioni sulle fatiche della vita, specie quando mancano libertà e speranza per l’impossibilità di un popolo di contrapporsi alla logica del dominio. Entrambe maturate in una vita dura, come la sua, segnata dal dolore e dalla fede, da ansie e inquietudini per quello che stava succedendo intorno, per i lutti in famiglia (oltre la madre perde il padre e un fratello), e poi conflitti mai cessati, l’orrore della Shoah a Cracovia, e da Papa l’attentato del 1981, infine la malattia che gli levò la parola.
Ricondurre alla verità. Sembra che tutto trovi eco nelle sue creazioni poetiche e teatrali che della parola (logos) si nutrono o che dalla parola traggono ispirazione. Piacquero alla critica e non solo, hanno sempre affascinato generazioni di allievi che il professore Wojtyla incontrava e seguiva nelle migliori università europee. A lui, che la storia l’aveva vissuta davvero e con impegno civile, chiedevano lumi sul passato affascinante e triste al contempo, anche per gli effetti di una

guerra che avrebbe esposto l’Europa ad un destino tragico e per la quale era del tutto impreparata, lasciando poi strascichi politici e lacerazioni a livello di memoria collettiva.
Negli anni prima della guerra Karol Wojtyla ha condiviso il percorso artistico e di studio con giovani ebrei, facendosi di tutti compagno e amico, ma anche con persone dalle storie diverse, prese dal desiderio di manifestarsi in vista di un futuro, che lo hanno arricchito moltissimo sul piano umano.

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Bisogno di verità, era questo che più le interpellava in quel momento difficile, nel quale a far paura è la menzogna. È l’occasione per fondare un gruppo teatrale clandestino, un modo dunque per raccontarsi e raccontare la storia “dal basso” attraverso le testimonianze più realistiche e toccanti, raccolte da Karol, a prescindere da qualsiasi cosa le renda diverse. Riesce a mescolare atmosfere dialogiche ad altre più drammatiche, spesso crude ma mai retoriche e con un’ambizione: tenersi lontano da narrazioni accademiche, cioè da fatti non realmente avvenuti. Obiettivo: ricondurre alla verità, che sempre vince la menzogna. Procede dunque coinvolgendo personaggi molteplici come tasselli di una grande impresa culturale che lascerà il segno, malgrado le difficoltà. Si pensi a drammi come “La bottega dell’orefice”, divenuto un film di successo nel 1988, dove tra i protagonisti c’è un prete di nome Adam (Adamo il primo uomo, quindi ognuno di noi), o quello meno popolare ma suggestivo “Fratello del nostro Dio”, composto negli anni in cui l’Europa entra in guerra e dedicato al monaco santo Adam Chmielowshi, portato alla tv nel 1997 dal regista polacco Zanussi, tra i film più visti dell’anno. E tutti comunque, agognati da registi e pubblicitari di tutto il mondo, rivelano molto bene come attraverso il teatro - capace peraltro di evocare il fascino immortale della storia - si possono aprire orizzonti che sono infiniti. Contiene elementi culturali unitivi - sostiene Wojtyla - diviene strumento pastorale efficace per accedere al vero che è in noi: “la verità è ciò che infine viene a

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