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lehi partecipa alle celebrazioni liturgiche dell’Associazione sa che esse, grazie all’impegno di tanti attori, come i cerimonieri, i ministranti, i musicisti e i lettori, sono particolarmente curate. Tuttavia, siccome esiste sempre il rischio di soddisfarci della dimensione estetica della celebrazione, accontentandoci di una Messa celebrata bene, oppure di capirla come un momento sicuramente bello, ma isolato dalla vita quotidiana, il Gruppo dei Soci cerimonieri e ministranti, recentemente costituito, ha chiesto di approfondire il tema del legame tra liturgia e vita. In altre parole: come deve incidere la celebrazione della liturgia, specialmente dell’Eucaristia, sulla nostra vita?

Convinto che questo tema così importante sia di interesse generale, mi sembra utile condividere queste mie riflessioni, basate sul magistero degli ultimi due Pontefici. In particolare, mi riferisco ad una omelia di Papa Francesco e all’Esortazione Apostolica Postsinodale Sacramentum caritatis di Benedetto XVI.

1. Il legame tra liturgia e vita secondo Papa Francesco

Il 7 marzo 1965, il Beato Paolo VI celebrò la prima Santa Messa in lingua italiana nella parrocchia romana di Ognissanti in Via Appia Nuova. Cinquant’anni dopo, e precisamente il 7 marzo 2015, il Santo Padre Francesco è tornato nella medesima parrocchia per ricordare questo evento così significativo per la vita della Chiesa nel nostro tempo.

Nell’omelia, Papa Francesco ha commentato il Vangelo del giorno che racconta l’episodio della purificazione del Tempio, quando Gesù cacciò i mercanti e i cambiavalute a colpi di frusta (cf. Gv 2,13-22), condannando così «un culto esteriore fatto di sacrifici materiali e basato sull’interesse personale». In questo modo, Gesù richiama l’importanza del culto autentico e della corrispondenza tra liturgia e vita, «un richiamo che vale per ogni epoca e anche oggi per noi».

Come ricorda il Papa, il Concilio Vaticano II descrive la liturgia come «la prima e indispensabile fonte alla quale i fedeli possono attingere il vero spirito cristiano» (Sacrosanctum Concilium, 14). La liturgia non è estranea alla vita, non è un’attività superflua o facoltativa senza incidenza sulla vita quotidiana. Il culto liturgico, insiste il Papa, «non è anzitutto una dottrina da comprendere, o un rito da compiere». In realtà, il culto è «una sorgente di vita e di luce per il nostro cammino di fede». Pertanto, la Chiesa cerca di promuovere una vita liturgica autentica, «affinché vi possa essere sintonia tra ciò che la liturgia celebra e ciò che noi viviamo nella nostra esistenza. Si tratta di esprimere nella vita quanto abbiamo ricevuto mediante la fede e quanto qui abbiamo celebrato». 

Sarebbe quindi erroneo ridurre la partecipazione alla Santa Messa domenicale all’osservanza di un precetto, per accontentare Dio (o il parroco!). Non si tratta neppure di un momento di tranquillità o di riposo. In realtà, la liturgia dovrebbe scuoterci, perché per mezzo di essa Dio entra nella nostra vita, vuole trasformarci e ci chiede una conversione autentica, affinché ciò che professiamo con le labbra trovi compimento nella nostra vita. Al riguardo, il Santo Padre insiste: «Il discepolo di Gesù va in chiesa per incontrare il Signore e trovare nella sua grazia, operante nei Sacramenti, la forza di pensare e agire secondo il Vangelo. Per cui non possiamo illuderci di entrare nella casa del Signore e “ricoprire”, con preghiere e pratiche di devozione, comportamenti contrari alle esigenze della giustizia, dell’onestà o della carità verso il prossimo. Non possiamo sostituire con “omaggi religiosi” quello che è dovuto al prossimo, rimandando una vera conversione ». Le celebrazioni liturgiche, conclude il Papa, «sono l’ambito privilegiato per ascoltare la voce del Signore, che guida sulla strada della rettitudine e della perfezione cristiana».

2. L’Esortazione Apostolica Postsinodale Sacramentum Caritatis di Benedetto XVI

Questa insistenza sul legame tra culto e vita è stato uno dei temi maggiori della XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, tenutasi in Vaticano nell’ottobre 2005, all’inizio del Pontificato di Papa Benedetto XVI e alla conclusione dell’Anno dell’Eucaristia, indetto da San Giovanni Paolo II. Successivamente, Papa Benedetto ha raccolto i frutti delle riflessioni sinodali nell’Esortazione Apostolica Postsinodale Sacramentum Caritatis sull’Eucaristia, fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa, da lui firmata dieci anni fa, il 22 febbraio 2007.

Per la nostra riflessione, ci interessa la terza parte di questo documento, intitolata «Eucaristia, mistero da vivere». In questa parte, sono affrontati tre temi maggiori: (1) la forma eucaristica della vita cristiana; (2) l’Eucaristia come mistero da annunciare; (3) Eucaristia, mistero da offrire al mondo. Non potendo sviluppare tutta la terza parte dell’Esortazione, mi soffermerò solo su alcuni punti di particolare importanza.

3. Il «culto spirituale»

Innanzitutto, Papa Benedetto parla della vita del cristiano come un «culto spirituale», usando il termine greco logiké latreía adoperato da San Paolo nella Lettera ai Romani (12,1). Più esattamente, sarebbe un culto (latreía) che corrisponde alla Parola (logos). Il nuovo culto cristiano non è un atto esteriore, superficiale, parziale o individualista, ma richiede l’«offerta totale della propria persona in comunione con tutta la Chiesa» (Sacramentum caritatis, 70). L’Eucaristia genera una nuova vita in noi, cioè, la vita di Gesù stesso: «Colui che mangia di me vivrà per me» (Gv 6,57). A differenza di altri cibi, quando riceviamo l’Eucaristia, non è l’alimento eucaristico che viene trasformato, ma siamo noi che veniamo da esso misteriosamente cambiati. Questa trasformazione rende possibile il culto nuovo e definitivo. Ovviamente Gesù, il Figlio di Dio incarnato, è l’unico capace di offrire il vero culto a Dio Padre. Però, attraverso l’Eucaristia, che ci unisce a Gesù e al suo atto supremo di culto, possiamo offrire noi stessi e tutta la nostra esistenza a Dio in un autentico atto di culto spirituale. È per questo che l’Eucaristia è descritta come sacrificio di Cristo e sacrificio della Chiesa.

Questo insegnamento paolino sottolinea che il culto cristiano non si limita ad un settore della nostra vita, ma è onnicomprensivo. San Paolo, nel parlare del «culto spirituale», ci esorta: «Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto » (Rm 12,2). Il culto cristiano abbraccia e trasforma ogni aspetto dell’esistenza. Infatti, Papa Benedetto dice che la vita cristiana ha una natura o una forma eucaristica, perché «in ogni atto della vita il cristiano è chiamato ad esprimere il vero culto a Dio» (Sacramentum caritatis, 71).

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