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Si parla, e non casualmente, di una lettera del Papa Francesco indirizzata al rettore dell’Angelicum, l’università dei Padri domenicani, in occasione dell’inaugurazione dell’Istituto di cultura intitolato a San Giovanni Paolo II, ricorrendo il 18 maggio 2020 il centenario della sua venuta al mondo, in una Polonia da poco indipendente, attraverso la quale emerge a tutto tondo, nella sua spiccata personalità, la figura di Karol Wojtyla, un grande testimone dei drammi del Novecento che, scrive il Papa, “ è, di quest’opera, al tempo stesso l’ispiratore e il primo e più importante artefice, con il ricco e multiforme patrimonio che ha lasciato e, prima ancora, con l’esempio del suo spirito aperto e contemplativo, appassionato di Dio e dell’uomo, del creato, della storia e dell’arte”.
E prosegue, sottolineando come le “varie esperienze di vita, tra cui segnatamente i drammi epocali e le sofferenze personali, interpretate nella luce dello Spirito, lo condussero a sviluppare con singolare profondità la riflessione sull’uomo e sulle sue radici culturali, come riferimento imprescindibile per ogni proclamazione del Vangelo”. E più avanti, dopo aver citato la sua prima enciclica “Redemptor hominis” (4 marzo 1979), chiude scrivendo: “Sono molto lieto che questa iniziativa si realizzi nell’Università San Tommaso d’Aquino. L’Angelicum infatti ospita una comunità accademica costituita da professori e studenti provenienti dal mondo intero ed è un luogo adatto per interpretare le importanti sfide delle culture di oggi”.
Il giovane Karol, frequentando l’università di San Tommaso nel centro di Roma, arrivatovi appena sacerdote la prima volta a 26 anni, viaggiando in treno, crebbe in cultura e spiritualità, intensamente dedito a studiare la relazione della fede con la ragione (Fides et ratio), inscindibili tra di loro, cogliendo appieno la dottrina di San Tommaso secondo cui “la fede richiede l’intelletto e l’intelletto richiede la fede”.
Qui, all’Angelicum, l’alunno Wojtyla rimedita e approfondisce ciò che già fa parte del suo programma spirituale e culturale, valorizzando e utilizzando a fondo i doni di Dio ricevuti, secondo i suoi superiori disegni. Del pensiero tomistico nella parte riguardante l’amore di patria, “pietas erga patriam”, trae molta luce e molto aiuto, precisamente come esposto nella “Somma Teologica” e in altre opere del Dottore Angelico,

dove vengono studiati e precisati natura, forza e limiti dei doveri (del “debitum”) dell’uomo verso la patria e della graduale estensione di tali doveri a quanti alla propria patria sono più vicini e poi agli altri popoli.

L’attaccamento alla patria. Come riportato dai suoi biografi, Wojtyla è un patriota dall’apporto immenso per la propria nazione, amata anche quando soffre, cui ha voluto dedicare una serie di scritti destinati a rivelarsi nel tempo un vero inno alla Polonia alle prese con problemi di ogni tipo (politici, economici , sociali e religiosi). Nella poesia “Pensando patria” del 1974 aveva scritto che “La patria è un tesoro che va dilatato, è la voce del mio cuore che intende abbracciare tutti”. E nel libro “Memoria e identità” (2005), ricco di riferimenti autobiografici, parlando dei grandi ideali, quelli che travolgono ma pure danno senso alla vita, racconta che il sempre nutrito sentimento patriottico lo ha facilitato ad aprirsi a uomini e nazioni di altri continenti. Alle Nazioni Unite, il 5 ottobre 1995, afferma: “Ama gli altri popoli come il tuo!”, richiamando l’evangelica frase “ama il prossimo tuo come te stesso”.

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E per l’intera vita ci sarà in lui il desiderio profondo di mantenere vivi i ricordi familiari, così come continuerà, venato di malinconia, il ricordo della sua terra ormai libera e riunificata dopo gli anni terribili dei totalitarismi (occupazione nazista e stalinismo), estremamente duri e difficili, che stravolsero la sua giovane vita, senza i quali, però, non è possibile capire la storia della Polonia, quella delle dinastie simbolo (solida la Jaghellonica), e soprattutto la storia degli uomini che sono passati per questa terra, dal potere evocativo. (Si veda la lirica che il cardinale Wojtyla dedica al santo caro ai polacchi, Stanislao, composta nel 1978 prima del viaggio a Roma per il conclave).
Nei giorni bui del regime, nel suo mettersi in viaggio per quel che è il mandato del prete, traversando la Polonia e gran parte dell’Europa, mentre nel mondo

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