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In famiglia...

 

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risuonavano tamburi di guerra, e la chiesa dell’Est sentiva la persecuzione comunista, don Karol venne a contatto con i più duri problemi che agitavano il vecchio continente “cristiano”, sconvolto dai mali più vari e insidiosi che lo rendevano sempre più instabile su diversi fronti: oppressioni ideologiche, conflitti cronici e condanne, costrizioni, privazioni di libertà.

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Mai come allora Wojtyla lottò contro la “paura” che il regime andava diffondendo brutalmente sia tra i giovani che nei centri culturali e di pensiero, ma anche nella vita ecclesiale. Fece esperienza di un sistema truce, avverso ai più sani principi di verità e di giustizia, dove terrore, paura e menzogna dominavano incontrastati. Eppure sapeva che un giorno il tormento della paura sarebbe finalmente cessato dopo averla a lungo sfidata in quel delicato frangente.
A inizio pontificato, nel 1978, Papa Wojtyla ha invitato a non avere paura, se apriamo la nostra vita a Cristo: “Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!” aveva esclamato in quella come in molte altre occasioni. E già questo basta per imprimere una svolta. L’eletto Papa, il primo non italiano da secoli, rappresenta un “vento di speranza” (per usare una felice espressione di padre Turoldo), per i cristiani dell’Est, ma anche per tutte le genti oltre la chiesa di Roma.
Si era alla vigilia delle prime elezioni europee, e tutti, nel mondo cattolico e culturale, auspicavano per l’Europa tempi nuovi. Era su questo sfondo che nel 1991 si apriva il sinodo dei Vescovi europei per la prima volta nella storia del continente chiamato Europa, dalle vitali radici cristiane, che qualcuno vorrebbe dimenticare o nascondere, neanche menzionare quando si è proposto di inserirle nel nuovo progetto di Costituzione europea. Ma l’Europa di Wojtyla è un continente che ha un’anima cristiana senza la quale - lo ricordò varie volte - una vera unione europea non può esistere.

Se i muri crollano. Creare l’unità in Europa è la premessa per una presenza efficace in un continente che dovrà riscoprire le sue origini, ricostruire la sua unità spirituale in un clima di rispetto per le altre religioni. Wojtyla credeva nell’unità d’Europa che - diceva - deve respirare con “due polmoni”, uno occidentale e uno orientale, componenti entrambe essenziali della cultura continentale, ma anche per l’avvio, dopo anni di diffidenze e incomprensioni, di un dialogo sereno tra i popoli europei, quelli dell’Est e quelli dell’Ovest. Tra il 1978 e il 1989, Giovanni Paolo II si impegnò per la liberazione dell’Est comunista e, poi, per la riunificazione dell’Europa in fase di ripresa dai “mali” delle ideologie mai rimossi nel fondo.

Inizia così, oltre i muri, una presa di coscienza dei popoli assetati di libertà. E si potrebbe addirittura parlare di una sorta di “rivoluzione pacifica” che vedrà la nascita, nel 1980, del movimento operaio “Solidarnosc” guidato da Lech Walesa, uno dei protagonisti della successiva svolta.
Era così che sotto gli occhi increduli del mondo si ribaltava il destino dell’Europa dopo quel che per molti e lunghi anni, nel corso del Novecento, era sembrato impossibile: il crollo del muro di Berlino nel 1989 e con esso lo sgretolarsi dell’intera “cortina di ferro” (da una parte le democrazie occidentali, dall’altra i regimi totalitari comunisti).
Ebbene, in quel clima più sereno e di forti innovazioni, Papa Wojtyla - che infaticabilmente aveva contribuito alla caduta del muro e assistito al tramonto dell’impero sovietico, lottando contro il comunismo e ogni altra forma di tirannia - si rivelò dotato di una forza davvero straordinaria.

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L’Europa, cui guardavano altri continenti, fa di lui il personaggio più popolare, gli è grata, si potrebbe dire, comprese subito come e in quale direzione questi eventi avrebbero mutato il respiro della Chiesa cattolica, nonché le relazioni tra “Chiese sorelle in una comunione plurale”, come riporta l’enciclica “ Ut unum sint” sull’unità dei cristiani (1995): in essa l’immagine della chiesa che respira con i due polmoni, l’Oriente e l’Occidente, vi è chiaramente delineata.
A parlare, elogiando il suo operato, è dunque l’Europa, a cui da sempre Wojtyla europeista è stato particolarmente attento, e non poteva essere diversamente per un uomo che aveva capito che la fine dei regimi in Occidente sarebbe stata imminente. Si potrà riscoprire quanto di eccezionale egli fece fin da prima della sua elezione per la difesa della cristianità, per la pacificazione dell’Europa, dallo Atlantico agli Urali, per ridare libertà e sicurezza alla sua nazione, ridotta allo stremo dai regimi, anche in termini di culto, comunicazione, cultura in tutte le sue espressioni.

(continua sul prossimo numero)

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