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  Anno XLVII Numero 1 fide constamus avita Gennaio - Marzo 2019

Tuespetrus

ldl desiderio di vedere Dio è una costante nella storia degli uomini. Vogliamo conoscere Dio e assicurarci della sua presenza, vicinanza e amicizia.

Nell’Antico Testamento, l’anelito di vedere Dio si esprime nella ricerca del suo volto. Il Salmista implora Dio: «Ascolta, Signore, la mia voce. Io grido: abbi pietà di me, rispondimi! Il mio cuore ripete il tuo invito: “Cercate il mio volto!” Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo» (Sal 27[26],7-9). Siccome il volto esprime sentimenti e reazioni, in ultima analisi, esso designa il soggetto in quanto si rivolge agli altri, cioè in quanto è soggetto di relazioni. Quando parliamo del volto di Dio, quindi, intendiamo che è “persona” e che entra in rapporto con gli altri. Dio ha un volto; di conseguenza, si interessa a noi, ci sente e ci vede, ci parla, è capace di amarci e di arrabbiarsi con noi.

L’Antico Testamento stabilisce i prerequisiti per vedere il volto di Dio. Insiste, in particolare, sulla purezza rituale e sulla rettitudine. Chi desidera vedere il volto di Dio deve ascoltare la sua Parola, rimanere in essa e lasciarsi guidare da essa. Il vero culto è una forma di anticipazione della visione del volto di Dio. Però, nell’Antico Testamento, la ricerca della visione non è mai completamente soddisfatta. Mosè e Elia sono figure anticotestamentarie che avevano rapporti particolarmente privilegiati con Dio, rapporti che andavano oltre l’ascolto della Parola divina rivolta anche ad altri. Per questo, sono i testimoni privilegiati della Trasfigurazione di Gesù.

Nell’Esodo, leggiamo che «il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico» (Es 33,11). Tuttavia, questa visione è imperfetta. Quando Mosè chiede di vedere la gloria di Dio, il Signore risponde: «Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo. […] Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano, finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere» (Es 33,20-23).

Il profeta Elia gode di un’esperienza unica di Dio sul monte Oreb, quando sente la sua voce e discerne la sua presenza nel sussurro di una brezza leggera. Tuttavia,

come è stato per Mose, anche Elia non vede il volto del Signore. Nel Nuovo Testamento, l’anelito dell’uomo di vedere Dio trova risposta. Gesù vede Dio faccia a faccia, perché è il Figlio. Chi vede il Figlio vede il Padre (cf. Gv 14,9). Ora, la ricerca del volto di Dio è diventata più concreta: consiste nell’incontro con Gesù Cristo, nell’amicizia con Colui che non ci chiama più servi, ma amici (cf. Gv 15,15). Per vedere Dio, quindi, dobbiamo contemplarlo nel volto di Gesù Cristo. Ciò significa seguirlo come discepoli. Il cammino del discepolo non può essere altro che quello di Cristo: l’uomo vedrà il volto di Gesù solo se accetta di portare la Croce e di entrare nel mistero della sua passione e morte per risorgere con lui nella gloria. Siamo chiamati a seguire Gesù come discepoli e ad entrare nella logica e nel dinamismo del suo mistero pasquale orientando l’intera nostra esistenza all’incontro con Gesù.

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Questo è il mistero del grano che muore per produrre molto frutto (cf. Gv 12,24). È il mistero dell’amore di Gesù che ama i suoi fino alla fine (cf. Gv 13,1). È il mistero che celebriamo in ogni Eucaristia e che ci spinge ad amare e servire gli altri, come ha fatto Gesù. In questa vita, camminiamo ma non arriveremo ancora alla meta. Però, mentre camminiamo, partecipiamo già in modo nascosto ma nondimeno reale alla vita definitiva dell’aldilà: «Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria» (Col 3,3-4).

A voi Soci, Aspiranti ed Allievi, come pure ai vostri cari, e a tutti i nostri lettori, auguro una buona e santa Pasqua.

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