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  Anno XLV Numero 1 fide constamus avita Gennaio - Aprile 2017

Tuespetrus

Unico tra i quattro evangelisti, San Matteo fa riferimento ai terremoti nel suo racconto della morte e della risurrezione di Gesù. Dopo i drammatici avvenimenti dello scorso anno, siamo particolarmente consapevoli del terrificante potere di questi fenomeni, i cui effetti distruttivi hanno messo a dura prova la fede di molti.

Oggi, sappiamo che gli eventi sismici sono causati dai movimenti sotterranei delle placche tectoniche, provocati da immense forze telluriche. L’uomo biblico, invece, interpretava il terremoto come segno della presenza maestosa e della potenza incomparabile di Dio, Signore del cosmo. Dio non è assente: si manifesta nei fenomeni della natura. Nella teofania del Sinai, ad esempio, prima della consegna della Legge a Mosè, Dio rivela la sua presenza nei fenomeni cosmici: tuoni e lampi, la nube e il terremoto (cf. Es 19,16-18). Talvolta, però, la presenza di Dio è più nascosta: il profeta Elia, ad esempio, discerne la presenza di Dio non nel vento, nel terremoto o nel fuoco, ma nel «sussurro di una brezza leggera» (1 Re 19,11-12).

Nell’Antico Testamento, il terremoto acquista anche una valenza simbolica. Si tratta di un fenomeno associato agli interventi di Dio nella storia. Il «giorno del Signore», il giorno definitivo di salvezza per i giusti e di punizione per i malvagi, tanto atteso dai profeti, è accompagnato da diversi segni cosmici (terremoti, eclissi di sole, ecc.). «Nella mia gelosia e nel mio furore ardente io vi dichiaro: In quel giorno ci sarà un grande terremoto nella terra d’Israele: davanti a me tremeranno i pesci del mare, gli uccelli del cielo, gli animali selvatici, tutti i rettili che strisciano sul terreno e ogni uomo che è sulla terra: i monti franeranno, le rocce cadranno e ogni muro rovinerà al suolo» (Ez 38,19-20). Nel Nuovo Testamento, il libro dell’Apocalisse riprende questo legame tradizionale tra eventi cosmici e giudizio divino (cfr. Ap 8,5; 11,13.19; 16,18).

Nel suo Vangelo San Matteo insiste che Gesù rappresenta il compimento delle profezie dell’Antico Testamento. Anche per lui, il terremoto segnala la presenza divina e rimanda al giudizio definitivo di Dio. Nel discorso escatologico (Mt 25), cioè quello che concerne le realtà ultime e definitive come la distruzione del tempio di Gerusalemme, le tribolazioni della comunità cristiana lungo la storia, la fine del mondo e la venuta gloriosa del Figlio dell’uomo, Gesù rincuora i suoi discepoli e li esorta ad essere vigilanti per evitare di essere ingannati da falsi profeti: «Badate che nessuno vi inganni! Molti infatti verranno nel mio nome, dicendo: “Io sono il Cristo”, e trarranno molti in inganno. E sentirete di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi, perché deve avvenire, ma non è ancora la fine. Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi: ma tutto questo è solo l’inizio dei dolori» (Mt 24,4- 8). Troviamo un avvertimento simile nei testi paralleli dei Vangeli di Marco e Luca.

Nel racconto della tempesta sedata, Marco e Luca parlano di «una grande tempesta di vento» (Mc 4,37) o semplicemente di «una tempesta di vento» (Lc 8,23), fenomeno molto comune sul lago di Tiberiade, mentre Matteo dice che «avvenne nel mare un grande sconvolgimento » (Mt 8,24), usando il termine greco seismos, «terremoto». In questo modo, accenna nuovamente alla presenza divina, che provoca timore e paura. Nel dimostrare il suo potere sulle forze di natura, infatti, Gesù chiede: «Perché avete paura, gente di poca fede?» (Mt 8,26). L’avvenimento suscita la domanda circa l’identità di Gesù: «Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?» (Mt 8,27).

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La menzione del terremoto nell’episodio della tempesta sedata e nel discorso escatologico suggerisce un collegamento con i racconti della morte e della risurrezione di Gesù. Prima della sua passione, l’ingresso messianico di Gesù in Gerusalemme scuota la gente: «Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione (eseisthē) e diceva: “Chi è costui?”. E la folla rispondeva: “Questi è il profeta Gesù, da Nazaret di Galilea”» (Mt 21,10-11). Per descrivere l’agitazione della città, San Matteo adopera l’aoristo passivo del verbo seiō, «scuotere», «agitare», termine correlato con seismos, «terremoto». Usando questa parola, l’evangelista vuole accennare, anche se solo in modo velato, ad una teofania? È difficile rispondere con certezza. In ogni caso, l’ingresso di Gesù suscita nuovamente la domanda sulla sua identità. Per ora, viene data una risposta incompleta: Gesù è un profeta.

Nel Vangelo di Matteo, la morte di Gesù è accompagnata da diversi fenomeni cosmici: «Ed ecco, il velo del tempio si squarciò

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