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Non abbiate paura...

 

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lili scorsi 2 e 3 dicembre ci siamo recati a Monte Compatri per il consueto ritiro spirituale di Avvento del Gruppo Allievi, e questa volta Mons. Joseph Murphy ha chiesto a me di tenere le meditazioni. Arriviamo in una giornata freddissima, sferzati dal vento gelido che dobbiamo sopportare solo per pochissimi minuti prima di essere calorosamente accolti nel Convento dei Carmelitani. È presente un gruppetto di 12 ragazzi, pronti a passare questi giorni lontani dalla metropoli di Roma e forse, a causa dei muri
spessi del Convento, anche dalla connessione internet, che tuttavia si riusciva a recuperare uscendo fuori… pena il freddo!

Iniziamo il ritiro con una breve meditazione sul significato del tempo dell’Avvento, o meglio, su che cosa significhi per noi vivere l’Avvento. È il tempo dell’attesa, lo sappiamo; il tempo dell’attesa che ci si predispone ad accogliere la venuta del Signore, che si festeggerà a Natale. Per questo primo momento, scelgo però di non fare una riflessione “teologica”, ma di cercare di capire cosa significa per noi attendere, aiutandoci anche tramite la lettura di un brano dell’opera Caligola di Albert Camus, il famoso dialogo tra l’imperatore e il suo confidente sul desiderio dell’imperatore di volere la luna.

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Devo dire che questa scelta è stata azzeccata: temevo di annoiare i ragazzi e invece sono stati conquistati dal brano, così provocatorio. Caligola vuole la luna, cioè vuole qualcosa che l’uomo non può possedere, perché tutto il resto – lui che è l’imperatore lo sa bene – si può avere, ma non è sufficiente per essere veramente felici. Così lui vuole la luna, cioè qualcosa che non è di questo mondo; e non vuole nemmeno arrendersi al fatto di accontentarsi di quello che si può avere (come “saggiamente” gli consiglia il suo amico Elicone), perché sarebbe ammettere una sconfitta. Per Caligola, vivere all’altezza dei propri desideri significa essere in attesa, cercare e mai smettere di desiderare di raggiungere l’impossibile.

E noi, viviamo come Caligola o ci siamo arresi al fatto che la nostra felicità non arriverà mai? È veramente ragionevole la sua posizione umana? Attendiamo, cioè siamo tesi a qualcosa che possa rispondere al nostro desiderio di felicità e di compimento? Di fronte a queste domande, così inevitabili per l’uomo (anche se, ahimè, gli adulti non ci pensano mai o credono che sia tutta un’illusione), abbiamo continuato nel pomeriggio con la lettura dei primi due capitoli del Vangelo di Luca. Infatti, quello che è successo nella storia, 2000 anni fa, non è soltanto un racconto del passato, ma diventa interessante per noi se ci mettiamo in questa prospettiva. Gli uomini che attendevano il Messia vivevano lo stesso desiderio di liberazione, cioè di felicità e di compimento, che abbiamo noi oggi. E a loro è “arrivato a visitarli dall’alto un sole che sorge”, come dice Zaccaria nel suo cantico, cioè qualcuno che finalmente porterà a compimento le promesse e donerà la libertà al popolo.

Il tempo di Avvento, allora, è il tempo in cui possiamo assumere occhi nuovi per guardare quello che succederà alla fine dell’Avvento stesso: la nascita del Figlio di Dio.

Siamo così abituati a questa informazione che non cifacciamo più caso, o al massimo lo viviamo come un atto di devozione, di ricordo. Ma questa nascita dice qualcosa al mio desiderio di felicità oggi? Arriva fino a questo punto così carnale? E inoltre, questa nascita che è successa storicamente 2000 anni fa, può riguardare me, uomo del 2018? A questa domanda c’è solo una risposta: vedere se è vero, scoprirlo nella propria esperienza. Il luogo in cui la presenza del Dio che si è fatto uomo continua a manifestarsi oggi è la Chiesa, cioè il popolo di coloro che credono in Lui e che vivono di Lui. È qui che bisogna verificare se tutto ciò è vero per sé.

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Questo è stato l’invito che abbiamo tratto, in conclusione, ascoltando la canzone di Jovanotti Ragazzini per strada: abbiamo bisogno di trovare qualcuno che “ti viene a cercare perché a te ci tiene, per gridarti io ti voglio bene!”. Una implorazione a questo Dio che si fa compagno di cammino di ogni uomo affinché diventi ancora una volta carne, carne per ognuno di noi, oggi.

Don Adriano Agnello

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