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Mentre si svolge il servizio nella Basilica di San Pietro, spesso si passa davanti al sepolcro degli Stuart, molto ammirato dai visitatori per via dei due angeli nell’atto di spegnere la fiaccola della vita ai lati della porta di un’immaginaria tomba.
Nell’epigrafe si leggono i nomi di GIACOMO III, CARLO ed ENRICO STUART, le cui spoglie riposano in un sepolcro nelle sottostanti Grotte Vaticane.
Forse non tutti sanno che proprio di fronte a questo monumento dello scultore Antonio Canova ce n’è un altro dedicato a Maria Clementina Sobieska, moglie di Giacomo III e madre di Carlo ed Enrico.
È difficile immaginare che qui c’è un’importante parte della storia del Regno Unito, al tempo in cui non era ancora unito. Gli Stuart, di religione cattolica, provenivano dalle paludi salate della Bretagna e diventarono re di Scozia, d’Inghilterra e d’Irlanda.
Giacomo Francesco Eduardo Stuart, nato a Londra nel 1688 era figlio di Giacomo II Stuart, legittimo re di Scozia, Inghilterra, Irlanda, e della seconda moglie Maria Beatrice d’Este. Dopo l’usurpazione del trono da parte della figlia protestante Maria II e del marito Guglielmo d’Orange, la famiglia fu costretta all’esilio in Francia alla corte Luigi XIV. Qui alla morte di Giacomo II, avvenuta nel 1702, Giacomo Francesco Edoardo venne riconosciuto come legittimo pretendente al trono con il nome di Giacomo III d’Inghilterra e Giacomo VIII di Scozia.

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Ci furono due tentativi, nel 1708 e nel 1715 di riconquistare il trono, ma senza successo. Maria Clementina Sobieska, una delle più ricche ereditiere d’Europa e promessa a Giacomo Francesco Eduardo Stuart, era figlia di Giovanni Luigi Sobieski, primogenito del re di Polonia Giovanni III Sobieski, famoso perché aveva sconfitto gli eserciti Ottomani sotto le mura di Vienna nel 1683, ponendo così fine all’ultimo tentativo dei Turchi di estendere il loro impero fino al cuore dell’Europa.
Dopo varie vicende di Giacomo, in Francia, in Italia e in Spagna, il matrimonio fu celebrato ufficialmente il 3 settembre 1719 nella cappella del Palazzo Episcopale di Montefiascone dall’Arcivescovo Sebastiano Pompilio Bonaventura. Da quel momento Giacomo e Maria Clementina divennero ospiti, oggi si direbbe rifugiati, di Papa Clemente XI.
Per la loro residenza a Roma, la Camera Apostolica prese in affitto, dal Marchese Giovanni Battista Muti, il palazzo Muti a Piazza dei Santi Apostoli, riconoscendo loro i legittimi titoli di Altezza Reale come Re e Regina consorte, di religione cattolica, di Scozia, Inghilterra e Irlanda. Venne inoltre messo a loro disposizione il Palazzo Savelli ad Albano, oggi sede del Comune, come residenza di campagna. Inoltre il Papa concesse loro una guardia pontificia e una somma di 12.000 corone annue consentendogli così di organizzare una piccola corte.
La vita coniugale non fu felice e come spesso avviene nei matrimoni infelici, la colpa era sia del marito che della moglie.

Clementina era assai religiosa ma anche frivola e leggera: una combinazione assai spiacevole. Giacomo era tutto preso dalle sue trame politiche e non si rendeva conto che la sua giovane moglie avrebbe gradito una vita sociale più frizzante o, pur rendendosene conto, non intendeva comunque soddisfare tale desiderio. Clementina era sconcertata ed infastidita dalla sua serietà e dal suo essere sempre occupato. La faceva inoltre infuriare il fatto che Giacomo si rifiutasse di allontanare i suoi seguaci di fede protestante. Per lei non erano altro che eretici, per lui erano sudditi fedeli. Dal matrimonio nacquero due figli: nel 1720 Carlo Edoardo Stuart e nel 1725 Enrico Benedetto Stuart poi Cardinale, Vescovo di Frascati e Arciprete della Basilica di San Pietro. Ambedue Principi pretendenti al trono con i rispettivi nomi di Carlo III ed Enrico IX.
Il sogno di Giacomo di poter regnare si realizzò solo per pochi mesi, quando durante la seconda sollevazione giacobita del 1745, il principe Carlo al comando dei sostenitori giacobiti occupò Edimburgo il 19 settembre 1745, e allora Giacomo III fu nominato re e Carlo reggente. Ma la successiva sconfitta di Carlo a Culloden Moor il 16 aprile 1746, decretò la fine del regno. Da allora non ci fu nessuna altra possibilità di recuperare il trono e la dinastia degli Stuart si estinse nel 1807.
All’epoca del breve regno di Giacomo, Maria Clementina era già morta, infatti malata di tisi, si spense a Roma il 18 gennaio 1735 poco più che trentenne e nulla poté vedere degli avvenimenti di quegli anni, ma come consorte del pretendente al trono, Giacomo III Stuart, ebbe l’onore delle regine cattoliche della tumulazione nelle Grotte Vaticane, a cui fece seguito, circa sette anni dopo il sontuoso sepolcro nella basilica di San Pietro. Alla sua tomba venne successivamente affiancato il Sepolcro degli Stuart nel 1819. I funerali di Maria Clementina Sobieska, quale regina consorte di Giacomo III Stuart, vennero celebrati in forma sontuosa nella basilica dei Santi Apostoli, adiacente a Palazzo Muti, per volere di Papa Clemente XII, il quale stanziò la somma di 6.000 scudi prelevati dagli incassi del gioco del lotto per pagare il grandioso apparato funebre e gli artisti coinvolti.
L’incarico del quadro commemorativo venne affidato ai fratelli Giuseppe e Domenico Valeriani, pittori e scenografi del tempo.
Nel 1737, i Francescani Minori Conventuali della basilica dei Santi XII Apostoli, incaricarono lo scultore Filippo della Valle di progettare un monumento che potesse racchiudere i precordi prelevati dal corpo imbalsamato della regina. Il monumento, dopo un disegno preparatorio, venne realizzato addossato alla parete di un pilastro della basilica, come si può vedere ancora oggi, costituito da un’urna di forma ovale oblunga di marmo verde antico, posta sopra una cornice di giallo antico, con fasce della medesima pietra che circonda una lapide di rosso antico con una scritta in caratteri dorati che descrive il contenuto del monumento. Intorno all’urna si vedono due putti in marmo bianco; quello di destra leva in alto il cuore della regina e lo mostra ai raggi di luce che provengono dall’alto, quello di sinistra, con una mano scosta un panno reale e con l’altra mano, pone la corona reale sull’urna.
Alcune analogie di questi temi si osservano nel monumento sepolcrale della regina Maria Clemen

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