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lqonsiderata la limitatezza dello spazio a disposizione, in questo rapido ricordo dell’uniforme della Guardia Palatina d’Onore, potranno essere prese in esame solo le tenute in uso al momento dello scioglimento del Corpo, avvenuto, come è noto, il 14 settembre 1970.

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Preliminarmente è bene precisare che anziché uniforme, al singolare, sarebbe molto più appropriato e opportuno parlare di uniformi, al plurale; infatti, oltre alle differenti tenute indossate in relazione al servizio da prestare dalle Guardie e dagli Ufficiali degli organici ordinari, seppure con le diverse e più o meno vistose distinzioni di grado, esistevano molte differenti uniformi utilizzate da altri componenti del Corpo; esisteva, ad esempio, la divisa degli elementi della banda musicale, quella dei tamburini, quella degli Ufficiali Medici, quella dei ragazzi. Insomma, una molteplicità di vestimenti dei quali si cercheranno di descrivere le caratteristiche principali. Alla sinteticità della descrizione, si è scelto di contrapporre una ricca documentazione fotografica che, più di tante parole e con l’immediatezza tipica delle immagini, offre una visione dettagliata e completa delle uniformi “palatine”.

Come scrive Antonio Martini nel suo libro “La Guardia Palatina d’Onore di Sua Santità, 1850-1970 Fedeltà, Onore, Servizio”, e dal quale sono state tratte numerose informazioni per la stesura di questo breve ricordo, “per le Guardie Palatine l’uniforme, indipendentemente dai suoi particolari, era il segno esteriore della loro fedeltà alla Santa Sede, al Papa, come lo è oggi la ‘cravatta’ e il ‘distintivo’ dei componenti dell’Associazione Ss. Pietro e Paolo, erede morale della Guardia”.

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Le basi per l’ultima uniforme, quella indossata per 30 anni fino allo scioglimento del Corpo, partono dalla radicale trasformazione adottata nel 1904 che, con successive e più o meno importanti modifiche e aggiustamenti, arrivano, nel 1940, all’adozione dell’uniforme qui descritta; viene introdotto, ad esempio, il chepì nero, copricapo più appropriato ad una divisa di tipo francese; viene altresì adottato il colore bianco per il cinturone, il porta baionetta e la cinghia del fucile, creando un buon effetto di contrasto con l’insieme scuro dell’abbigliamento.

Un’uniforme, come scrisse il Tenente Colonnello Michelangelo Usai nel suo libro La Guardia Palatina d’Onore di Sua Santità, pubblicato nel 1942, che si avvicinava “allo stile della uniforme del

fante francese […] e di tale stile, si può dire, che conservi ancora oggi le linee fondamentali. Nonostante i diversi ritocchi apportati, si rileva, soprattutto, come in essa siano rimasti inalterati i colori fondamentali, giallo e rosso, della Città di Roma tanto sono dominanti tali colori sulla uniforme”.

Le norme per l’uso della divisa sono puntualmente descritte e precisate nel Regolamento emanato nell’anno 1935; in tale Regolamento, ad esempio, veniva stabilito che l’uniforme, per le Guardie, era fornita a cura e a spese del Corpo e doveva essere conservata con ogni cura, dovendo servire per almeno dieci anni; le calzature, i colletti, le cravatte e i guanti erano a carico delle Guardie. Gli Ufficiali, invece, dovevano provvedere ad acquisire l’uniforme a loro spese, restandone ovviamente proprietari; in realtà, però, il Corpo forniva agli Ufficiali di prima nomina la stoffa con la quale confezionavano a proprie spese i pantaloni e la tunica.

L’uniforme poteva essere usata, in relazione al servizio da prestare, in quattro differenti tenute: di gala(o alta tenuta), di mezza gala, ordinariae di fatica.

Circa l’uso dell’uniforme e delle armi, nel Regolamento era disposto che: “Salva contraria disposizione dovrà essere indossata normalmente la tenuta ordinaria. Le armi sono portate quando il Comando lo dispone. Nei servizi che non abbiano carattere d’onore sarà indossata la tenuta di fatica. Tutti gli appartenenti al Corpo che in quanto tali debbano recarsi in Udienza dal Sommo Pontefice dovranno indossare l’alta uniforme”.

In dettaglio, la tenuta di gala(o alta tenuta) era composta dalla giubba con spalline dorate e frange, pantaloni con banda amaranto, cordelline, copricapo (chepì) con pennacchio rosso e, come già detto, cinturone e porta baionetta bianco e giberna nera; gli Ufficiali, tra l’altro, avevano la banda dei pantaloni dorata e il pennacchio del chepì bianco. La tenuta di mezza gala

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si differenziava dalla precedente solo per l’assenza del pennacchio che veniva sostituito da una nappina amaranto, per le Guardie, o dorata, per gli Ufficiali. La tenuta ordinaria, simile a quella di mezza gala, se ne distingueva per l’assenza delle cordelline; questa era la tenuta che le Guardie normalmente indossavano per il servizio di anticamera; con tale tenuta, gli Ufficiali sostituivano il chepì nero con un chepì di colore amaranto e indossavano i guanti di pelle nera, ai pantaloni, in luogo della banda in oro, avevano la banda di colore amaranto. La tenuta di fatica, infine, si distingueva dalla precedente (quella ordinaria) per l’assenza delle spalline dorate con frange che erano sostituite da controspalline in panno dello stesso colore della tunica e bordate di amaranto.

Le prescrizioni regolamentari stabilivano che chiunque fosse insignito di medaglie o decorazioni pontificie poteva fregiarsene durante i servizi normali, mentre doveva obbligatoriamente fregiarsene durante i servizi solenni. Le onorificenze non pontificie, invece, potevano essere indossate soltanto dopo avere ottenuto, tramite il Comando, l’autorizzazione delle Superiori Autorità.

 

 

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