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Il Magistero di Papa Francesco – manifestato quotidianamente anche con gesti e messaggi chiari – si muove con energia nel solco della Dottrina Sociale della Chiesa, alla ricerca degli esclusi, degli emarginati e degli scartati, che sono persone da recuperare e ricondurre nel consesso sociale. Si può dire che sin dalle prime parole pronunciate e dai primi atti, all’indomani dell’insediamento sulla “cattedra dell’Apostolo Pietro”, Papa Francesco ha manifestato la sua particolare attenzione nei confronti degli ultimi; volendo prendere come modello di riferimento proprio il “poverello di Assisi”.
A partire dalla sua prima Enciclica Lumen fidei (29 giugno 2013), il Pontefice introduce le tematiche che poi svilupperà in seguito: «La fede (…) nel rivelarci l’amore di Dio Creatore, ci fa rispettare maggiormente la natura, facendoci riconoscere in essa una grammatica da Lui scritta e una dimora a noi affidata perché sia coltivata e custodita; ci aiuta a trovare modelli di sviluppo che non si basino solo sull’utilità e sul profitto, ma che considerino il creato come dono, di cui tutti siamo debitori; ci insegna a individuare forme giuste di governo, riconoscendo che l’autorità viene da Dio per essere al servizio del bene comune (…)» (LF, 55).
Con la successiva Esortazione Apostolica Evangelii gaudium (24 novembre 2013), Papa Francesco rafforza le proprie preoccupazioni: «Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene» (EG, 2). E poi, «Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia

dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. (…) Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie d’uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, vien promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”» (EG, 53).
Il ricorrente concetto di “scarto” compare con energia anche nella Lettera di Papa Francesco ai Giovani del 13
gennaio 2017 (per la presentazione del “Documento preparatorio” della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi), quando ricorda la risposta corale dei partecipanti alla cerimonia di apertura della Giornata Mondiale della Gioventù a Cracovia: «Vi ho chiesto più volte: “Le cose si possono cambiare?”. E voi avete gridato un fragoroso “Sì”: Quel grido nasce dal vostro cuore giovane che non sopporta l’ingiustizia e non può piegarsi alla cultura dello scarto, né cedere alla globalizzazione dell’indifferenza. Ascoltate quel grido che sale dal vostro intimo! (…)».
Il Santo Padre ci ricorda, quindi, che «l’economia, come indica la stessa parola, dovrebbe essere l’arte di raggiungere un’adeguata amministrazione della casa comune, che è il mondo intero. Ogni azione economica di una certa portata, messa in atto in una parte del pianeta, si ripercuote sul tutto; perciò nessun governo può agire al di fuori di una comune responsabilità. Di fatto, diventa sempre più difficile individuare soluzioni a livello globale per le enormi contraddizioni globali, per cui la politica locale si riempie di problemi da risolvere» (EG, 206).
Volgendo l’attenzione alla dimensione spirituale e valoriale del “lavoro”, in un periodo nel quale tutto si riduce a merce e gli unici valori sembrano essere quelli monetari, si scopre che «Il lavoro di oggi presenta realtà che non stanno dentro al lavoro stesso ma al di fuori: le esigenze della produzione, le leggi del mercato. È un lavoro generalmente caratterizzato dalla meccanizzazione e questo comporta che l'uomo non

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