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Rubrica in famiglia

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La sera dello scorso giovedì 15 novembre, nel salone antistante la Cappella sociale, il Card. Franc Rodé, C.M., Prefetto emerito della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, ha tenuto una approfondita e documentata conferenza sulla figura di San Giustino de Jacobis, Vescovo della Congregazione della Missione (Lazzaristi) e missionario in Etiopia dal 1849 al 1860, anno della sua morte.

Promossa e organizzata congiuntamente alle Suore Figlie della Carità della Domus Sanctae Marthae in Vaticano, l’iniziativa, che si inquadra negli incontri settimanali del giovedì sera della Conferenza San Vincenzo de’ Paoli dell’Associazione, è stata anche l’occasione per celebrare il quarto secolo della nascita del carisma vincenziano. L’incontro ha registrato la partecipazione di tanti Soci, Aspiranti e Allievi, nonché di molti religiosi e religiose che operano in Vaticano; in particolare, parecchi sono stati i sacerdoti e gli studenti provenienti dal vicino Pontificio Collegio Etiopico.

In una sala gremitissima, i partecipanti hanno potuto ammirare, a fianco dell’oratore, anche un artistico quadro di San Giustino, portato per l’occasione dalle Suore vincenziane; il dipinto è conservato nella Curia Generalizia della Congregazione della Missione (in precedenza era a Parigi, poi, dal 1963, venne trasferito a Roma); la data posta in basso alla pittura (1893) indica che trattasi del ritratto più antico del Santo missionario.

Prima dell’inizio della conferenza, l’Assistente Spirituale Mons. Joseph Murphy ha rivolto al porporato un breve indirizzo di saluto e lo ha sentitamente ringraziato per aver aderito a questo momento di sicuro valore formativo per l’intero Sodalizio; è stata, quindi, la volta di Suor Stefania Monti, F.d.C., che, anche a nome delle altre Consorelle presenti, ha ringraziato il Card. Franc Rodé per aver aderito all’iniziativa e ha brevemente introdotto l’argomento della conferenza.

Il Cardinale è entrato subito nel vivo del tema della serata, illustrando la figura di questo Santo vincenziano e ponendo l’attenzione sui vari aspetti della sua vita e delle sue opere di apostolato. Una copiosa sintesi dell’allocuzione del porporato è pubblicata qui di seguito.
Al termine della conferenza, alcuni presenti hanno voluto rivolgere domande e portare testimonianze, aggiungendo così ulteriori dettagli e curiosità ad una esposizione già di per sé ampiamente esaustiva e completa.

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lqan Giustino de Jacobis, settimo di quattordici figli, nacque a San Fele, in Lucania, il 9 ottobre dell’anno 1800; intorno al 1812, con la sua famiglia, si trasferì a Napoli.

Agli studi, Giustino affiancò una intensa vita spirituale e fu così che, nel 1818, entrò nella comunità dei missionari vincenziani, presenti a Napoli (in Via dei Vergini) sin dal 1668. Una comunità che in quel periodo rivolgeva la sua attività soprattutto verso le popolazioni delle campagne e bisognose; Giustino si ambientò subito in questo ambiente, con notevole spirito di dedizione.

Proseguendo i suoi studi, si spostò in Puglia e, nel 1824, nella cattedrale di Brindisi, venne ordinato sacerdote; qui trascorse i primi anni di sacerdozio. Nel 1836, fece ritorno a Napoli, dove era scoppiata una epidemia di colera; pure in tale circostanza, il sacerdote lucano ebbe modo di dimostrare il suo spirito di dedizione verso i numerosi ammalati.

Gli anni successivi al colera non furono più facili per Giustino: nell’ottobre 1837, perse il padre e, nel giugno 1838, la madre. Quel dolore fu trasformato in una ulteriore offerta verso la sua missione, tanto da arrivare a ricoprire la carica di superiore della casa “dei Vergini”. Nel frattempo, nel 1838, il padre vincenziano Giuseppe Sapeto, avviò una missione a Massaua e, resosi conto del forte impegno che comportava, informò a più riprese Papa Gregorio XVI della necessità di rafforzarla. Fu così che il cardinale Giacomo Filippo Fransoni, Prefetto della Congregazione de Propaganda Fide, dopo aver conosciuto casualmente a Napoli padre Giustino e dopo averne apprezzato le virtù, propose al procuratore dei vincenziani di invitarlo ad accettare la missione in Etiopia. L’interessato, che aveva già in precedenza espresso il desiderio di partire in missioni estere, accettò prontamente l’invito. Prima di raggiungere l’Africa, però, volle recarsi a Parigi per pregare sulla

tomba di San Vincenzo de’ Paoli, fondatore dell’ordine al quale apparteneva. Il 24 maggio 1839, iniziò Il viaggio verso l’Etiopia e, dopo molti mesi, giunse finalmente ad Adua dove incontrò il già menzionato padre Giuseppe Sapeto, fondatore della locale missione.

Nei primi mesi di permanenza in Africa, Giustino sentì la necessità di dedicare molto del suo tempo all’apprendimento della lingua locale ed alla conoscenza dei luoghi superando, così, la diffidenza degli indigeni nei suoi confronti; vestiva di bianco come i monaci locali, dormiva per terra nutrendosi di riso, polenta, legumi e raramente di carne di capra. Successivamente, i due missionari decisero di dividersi per dedicarsi ad un territorio più vasto e, allo stesso tempo, per non far risaltare troppo il loro impegno agli occhi degli avversari religiosi. Giustino si stabilì nella regione del Tigrè e si insediò ad Adua. Nel 1840, il ras (potente autorità locale) di quella regione, di nome Ubiè, che nei missionari italiani vedeva solo possibili vantaggi a suo favore, propose a padre Giustino di guidare la deputazione che avrebbe dovuto recarsi dal patriarca di Alessandria d’Egitto a cui doveva essere chiesta la nomina di un vescovo per la chiesa copta.

La proposta provocò nel missionario un profondo dilemma; da una parte non era opportuno appoggiare una richiesta proveniente da scismatici; dall’altra, però, era un’occasione propizia per stringere relazioni e pur sempre un gesto di stima che non conveniva respingere.

L’Etiopia è da molto tempo un territorio prevalentemente cristiano (con una presenza di islamici), dove esiste la Chiesa copta, la cui dottrina monofisita non ammette in Cristo una natura umana e una natura divina. Giustino, durante la sua opera missionaria, avvicina i copti sempre con rispetto e amicizia, senza chiedere nulla, ma pur sempre con l’obiettivo finale di riportarli all’unità nella fede.

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