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lla lettera enciclica di Papa Francesco Laudato sì sulla cura della casa comune, che prende il nome dalla nota invocazione di San Francesco d’Assisi, è un incitamento alla conversione ecologica; una riflessione profonda che si snoda attraverso sei capitoli, senza trascurare nessun aspetto dell’impatto ambientale dell’uomo sul pianeta; nel documento, il Pontefice invita ad abbandonare l’antropocentrismo sterile e deviato per tornare ad essere custodi del creato, come è nel disegno di Dio. Da dominatore e sfruttatore, l’uomo deve recuperare, afferma il Papa, il profondo legame con la natura e con tutti gli esseri viventi, adottando un senso di comunione e convivenza con tutte le diverse forme di vita che popolano la terra. Scritto con un linguaggio chiaro e diretto, come è nello stile del Papa, il documento definisce gli argomenti con il loro nome, senza tanti giri di parole, puntando dritto al problema; più volte, si esprime contro le multinazionali, che devastano i paesi più poveri, contro i governi, che restano inerti a guardare questa devastazione.

Dall’inquinamento allo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, dalla deforestazione all’iniquità sociale, dai cambiamenti climatici alle guerre, il Santo Padre intravede in tutti i mali che distruggono la bellezza del creato e la vita un denominatore comune: l’errata convinzione dell’uomo di essere superiore agli altri esseri viventi; una arroganza e una presunzione che hanno portato l’umanità a sottomettere ogni elemento naturale a uno sfruttamento indiscriminato e indisciplinato per soddisfare bisogni effimeri e a breve termine. Un atteggiamento, secondo il Papa, che ha portato l’uomo a dimenticare di essere egli stesso una parte del creato soggetto a distruzione.

Nel documento papale ci sono denunce molto forti contro gli egoismi che sono alla base dello sviluppo e contro i danni che ne derivano per l’essere umano e per l’ambiente, anche se l’attenzione del Papa è rivolta sempre verso la speranza: «L’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune»; «l’essere umano è ancora capace di intervenire positivamente»; «non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi». Un altro tratto distintivo dell’enciclica è certamente la costante attenzione a entrare in dialogo con tutti, non solo con i fedeli cattolici; il dialogo percorre tutto il testo, fino a diventare lo strumento per affrontare e risolvere i problemi; in molti passaggi, il Papa ammette esplicitamente il contributo offerto dai cristiani non cattolici (in particolare, da parte del patriarca ecumenico Bartolomeo I), dalle altre religioni, nonché da scienziati, filosofi e associazioni che hanno «arricchito il pensiero della Chiesa su tali questioni».

Da San Francesco a San Benedetto da Norcia; dagli antichi racconti biblici alle encicliche di San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, tanti sono i richiami nel testo di Papa Francesco sulla custodia del creato come bene comune. Per il Papa, nella rivoluzione ecologica, la scienza deve farsi strumento di creatività e benessere, senza dimenticare che il fine ultimo del progresso è il miglioramento delle condizioni di vita dell’intera umanità.

Malgrado la devastazione del pianeta e il degrado morale procedano a ritmi veloci, il Santo Padre confida nella capacità di ravvedimento dell’umanità, un processo che può essere altrettanto rapido; gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento che venga loro imposto; sono capaci di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà. Quello che mi ha colpito, leggendo l’enciclica di Papa Francesco, è la chiarezza nella complessità, la nettezza delle posizioni e la ricchezza di spunti e riflessioni che ci offre. In particolare, viene sottolineata l’urgenza di modificare e cambiare i nostri stili di vita, un cambiamento che è messo in rapporto anche con il livello politico. Infatti, così recita il paragrafo 206: «Un cambiamento negli stili di vita potrebbe arrivare ad esercitare una sana pressione su coloro che detengono il potere politico, economico e

p1301 sociale»; questo significa educare ad un’alleanza e, in un’altra parte del capitolo è detto che è necessario «Educare all’alleanza tra l’umanità e l’ambiente». Nel paragrafo 210: «Occorre recuperare i diversi livelli dell’equilibrio ecologico: quello interiore con se stessi, quello solidale con gli altri, quello naturale con tutti gli esseri viventi, quello spirituale con Dio»; la questione del cambiamento interiore è poi ripresa anche nel paragrafo 217: «la crisi ecologica è un pellegrinaggio a una profonda conversione interiore, una conversione ecologica, che comporta il lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo che li circonda. Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana».

Per quanto riguarda gli stili di vita, il Pontefice va sul concreto, con indicazioni pratiche relative alla quotidianità: «È molto nobile assumere il compito di avere cura del creato con piccole azioni quotidiane, ed è meraviglioso che l’educazione sia capace di motivarle fino a dar forma ad uno stile di vita. L’educazione alla responsabilità ambientale può incoraggiare vari comportamenti che hanno un’incidenza diretta e importante nella cura per l’ambiente, come evitare l’uso di materiale plastico o di carta, ridurre il consumo di acqua, differenziare i rifiuti, cucinare solo quanto ragionevolmente si potrà mangiare, trattare con cura gli altri esseri viventi, utilizzare il trasporto pubblico o condividere un medesimo veicolo tra varie persone, piantare alberi, spegnere le luci inutili, e così via». «La conversione ecologica che si richiede per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una conversione comunitaria». Le azioni comunitarie sono richiamate nel paragrafo 232: «Non tutti sono chiamati a lavorare in maniera diretta nella politica. Con azioni comunitarie è possibile recuperare legami e sorge un nuovo tessuto sociale locale. Così una comunità si libera dall’indifferenza consumistica. Questo vuol dire anche coltivare un’identità comune, una storia che si conserva e si trasmette. In tal modo ci si prende cura del mondo e della qualità della vita dei più poveri».

Riprendo, ancora, il paragrafo 212 dove è scritto che: «Non bisogna pensare che questi sforzi non cambieranno il mondo. Tali azioni diffondono un bene nella società che sempre produce frutti al di là di quanto si possa constatare, perché provocano in seno a questa terra un bene che tende sempre a diffondersi, a volte invisibilmente. Inoltre, l’esercizio di questi comportamenti ci restituisce il senso della nostra dignità, ci conduce ad una maggiore profondità esistenziale, ci permette di sperimentare che vale la pena passare per questo mondo». L’enciclica si chiude con due preghiere: la preghiera per la nostra terra e la preghiera per il creato, due testi che invitano a riscoprire lo stupore per il creato, lodando e difendendo la bellezza e la pace sulla terra e combattendo con ogni mezzo disuguaglianza, distruzione ed emarginazione.

La cura della casa comune, ci fa dialogare con tutti: è un argomento aperto per il dialogo perché il cuore evangelico e francescano dell’enciclica è una proposta positiva per tutti, un bene globale per la nostra terra. Concludendo, il documento di Papa Francesco è una approfondita riflessione sull’ambiente, sul senso dell’esistenza e sui valori alla base della vita sociale; costituisce, in sintesi, una vibrante esortazione all’umanità perché si prenda cura della casa comune e proceda il suo cammino verso una conversione ecologica radicale.

Gerardo Meliconi

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