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Il messaggio ...

 

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Carlotta di Cipro...

 

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lad una visione di Chiesa in cammino tesa a confrontarsi con le problematiche del mondo si rifà Papa Francesco, da quasi cinque anni Vescovo di Roma e dunque Pastore della Chiesa Universale.d una visione di Chiesa in cammino tesa a confrontarsi con le problematiche del mondo si rifà Papa Francesco, da quasi cinque anni Vescovo di Roma e dunque Pastore della Chiesa Universale.

Dell’uomo venuto – secondo le sue stesse prime parole – dalla “fine del mondo”, molto è noto alla storia; mi pare che anche i più critici ne apprezzino le qualità. Sorprende la sua resistenza fisica, incredibile per l’età (80 anni), che gli è necessaria per poter esercitare il mandato affidatogli da Cristo, quello di annunziare al mondo la buona novella (“Euntes, docete omnes gentes”), che non conosce traguardo. E così dimostra che il peso degli anni non ha sminuito le sue capacità di lavoro: si pensi solo alle tappe del suo pellegrinare non di rado tortuose, così come alle Udienze Generali con la catechesi, che attira migliaia di persone ogni mercoledì; tanta è l’efficacia dei suoi ragionamenti, tanto è l’entusiasmo che sa suscitare in tutti coloro che l’ascoltano. Ma non meno importante per lui è scendere tra la folla, stringere mani, accarezzare bambini, abbracciare gli ammalati, salutare con piccoli gesti esseri che gli stanno a cuore; tutti elementi che compongono un quadro variegato e colorato del suo comunicare piacevolissimo e ricco di sorprese. Lo stesso succede quando chiede: “Pregate per me”, quando saluta dicendo: “Buongiorno”, quando augura: “Buon pranzo”, oppure quando invita a usare espressioni come “grazie”, “scusa”, “per favore”, parole tenerissime, comprensibili a tutti, che abbracciano tutto. Di grande impatto, conservano il tono e la freschezza della conversazione.

Una delle prime decisioni di Papa Francesco – che quel 13 marzo 2013 si presentò nel modo più semplice e spontaneo, tale da suscitare simpatia universale – è stata la scelta della Casa Santa Marta come residenza, a pochi passi dall’Aula Nervi. Mentre torna all’appartamento pontificio della terza loggia del Palazzo Apostolico ogni domenica per la recita dell’Angelus, ha scelto di risiedere a Santa Marta, che gli dà la possibilità di restare a contatto più facilmente con la vita reale delle persone, di “assumere l’odore delle pecore”, come suole dire, essendone, per volere di Dio, Pastore e Padre. Gli premono più le persone che le istituzioni e i suoi interlocutori sono, oltre ai poveri e ai semplici che predilige, parroci e preti di condotta intaccabile, sempre solleciti nell’accorrere per ogni evenienza. Stima e prende a modello figure incomparabili e rivoluzionarie senza dubbio, quali don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, alle prese con le speranze e le sofferenze del Novecento, che fanno onore alla Chiesa per la sincerità, la libertà e l’intrepidezza con cui hanno insegnato e vissuto il Vangelo. Ispirati dall’alto, ancor giovani, hanno dato, volontariamente e senza esitare, la vita per ciò in cui credevano, per coloro che amavano.

p0201Papa Francesco ha nello sguardo la profondità di chi cerca e anela a ciò che è essenziale, perché necessario, capace di scorgere contraddizioni e potenzialità che emergono dal presente sempre meno prevedibile e interpretabile. I temi che analizza in profondità sono quelli che la quotidianità gli mette davanti, dal lavoro che non c’è alle “pesti” che inquinano la società (la corruzione, anzitutto), dalla emergenza migranti nel Mediterraneo ai dilemmi del fine-vita e alla povertà, parola chiave di Francesco. In tema di politica estera, raccoglie consensi, ma anche per quanto riguarda la riforma del settore economico e finanziario. E contro la corruzione nel mondo, che pare inarrestabile, e che, purtroppo, tocca anche la Chiesa, usa sovente parole nitide come pulizia, trasparenza, impregnate di un interiorità in

grado di guardare e valutare sempre rimanendo dentro le cose. Del resto, a guidare il suo cammino di Pontefice è l’esercizio del discernimento.

Il Papa sa che il mondo marcia in fretta e che la Chiesa non può arroccarsi. Il suo volerla fatta non di muri e confini ma di scambi fecondi, in uscita da se stessa, costituisce una consolante schiarita. La direzione è chiara. Porre a tema le cose che nella Chiesa ci deludono o ci feriscono, comporta confrontarsi di continuo con le debolezze di tanti, saperle gestire e mediare con discrezione e audacia. Il carisma non sta nelle apparenze o nelle forme, ma in una nuova modalità di trasmissione, della più ampia apertura, tanto da rendere familiare l’immagine di un Pontefice che da vicino si scopre a noi tutti con una dolcezza inaspettatamente paterna. Sono proprio i discorsi pronunciati a braccio, le omelie della Messa mattutina che celebra nell’intimità della Cappella di Santa Marta, o anche le interviste concesse, le telefonate a sorpresa, il filo diretto con la gente, a fare di Papa Francesco un infaticabile “conversatore”.

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Come non tener conto di quel periodo lontano vissuto da sacerdote e vescovo anche nelle “favelas” di Buenos Aires, condannate alla fame e alla miseria nel clima pesante del regime militare, del quale ha più volte parlato come il momento in cui ha capito la centralità dei poveri nel cristianesimo. Il discorso porta a ciò che di più grandioso può esserci sulla terra: l’amore di Dio che non è altro se non misericordia senza limiti, parola ricorrente nella predicazione di Francesco, a cui molto si affida, tanto da indire un Giubileo della Misericordia (8 dicembre 2015 – 20 novembre 2016), che ha aperto le porte a tutti. In pochi anni di elevato ministero apostolico, Papa Francesco ha dimostrato quanto l’autorità sia stata affidata ai Papi per presiedere all’esercizio della carità, al primato dell’amore: “Mi ami tu, Pietro Figlio di Giovanni? Pasci le mie pecore”. Di lui colpisce ogni intervento ispirato dalla carità, lo stare in mezzo alla gente senza aver fretta né soffrire impazienze. Non c’è tema fondamentale del Concilio Vaticano II che non sia sentito ed affrontato dal suo magistero di misericordia e non di condanna, che tocca ogni ambito, e che sembra riferirsi prevalentemente a tanti di noi non sempre disposti a perdonare, a vivere cristianamente. Proprio nella Esortazione “Amoris laetitia”, al numero 5, Papa Francesco ci invita ancora una volta a essere “segni di misericordia” non solo nell’ambito della famiglia, ma anche nel contesto in cui chiunque agisce. Con lui misericordia e perdono non disgiunte da carità e giustizia si fondono armonicamente, sono l’evidenza di un magistero sempre più impegnativo ispirato dalla carità del prossimo, quindi, inseparabile dall’amore di Dio, con il quale fa un precetto solo.

È magistero di speranza perché diretto sempre a spiegare, a rincuorare, a rasserenare, più ancora impegnato a spronare gli uomini come i potenti, i credenti e i non credenti, a vedere il meglio, sperare il giusto. Atteso dovunque e da tutti, anche da chi non crede, svolge il suo servizio con spirito di umiltà e di docilità, camminando con la folla, sulle strade del mondo per la più santa di tutte le cause: Cristo. Non sul trono, anche se quel trono è la cattedra di Pietro, dal quale egli sa scendere e confondersi. Ed è questo il segreto dell’immenso affetto e popolarità che Papa Francesco ha goduto e continua a godere in tutto il mondo

Giacomo Cesario

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