
Cambiare Basilica non è di certo come cambiare casa e il trasloco non è proprio la stessa cosa. Per sostituire la Basilica di San Pietro, dalla posa della prima pietra, il 18 aprile 1506 al giorno della dedicazione il 18 novembre 1626 erano passati 120 anni anche se a quella data si era ben lungi dal termine dei lavori, per cui la “fabbrica di San Pietro” rimase proverbiale per indicare lavori che non finiscono mai. L’idea che aveva guidato tutti i personaggi coinvolti in questa grande impresa era quella di riutilizzare o comunque trasferire i monumenti, le tombe e le opere d’arte dalla vecchia alla nuova Basilica.
L’impresa era molto complessa e per poter realizzare questo progetto venne dato incarico all’archivista di San Pietro, Giacomo Grimaldi, di catalogare tutte le opere d’arte presenti nella Basilica costantiniana. L’arduo lavoro del Grimaldi si concretizzò in molti volumi manoscritti, memorie e disegni di ricostruzione, trasporti e demolizioni. Infatti le disposizioni erano rigorose: “… che si potesse salvare il più possibile dei ricordi monumentali e che venisse descritto e disegnato tutto quello che doveva essere distrutto o smembrato e ricomposto”. Questi beni architettonici e artistici furono raccolti nelle cripte vaticane, che in quell’epoca, nulla avevano a che vedere con quelle odierne, per poi essere ricostruiti. Col passar del tempo però molti monumenti vennero distrutti o depredati, altri finirono un po’ dappertutto, in altre chiese, nella stessa Roma, in varie città d’Italia, a Parigi e addirittura in America.
È da ricordare che la Basilica costantiniana, al pari della Basilica di San Paolo fuori le Mura, era stata fatta oggetto di depredazioni durante il sacco di Roma dell’846 da parte dei Saraceni. E come non dimenticare l’ultimo e più sanguinoso saccheggio di Roma del 1527 da parte dei Lanzichenecchi. La nuova fabbrica era iniziata da pochi anni, ma questi assalitori trovarono il modo di danneggiare e depredare le opere d’arte e tesori della Basilica. L’occupazione di Roma si concluse nel 1528 e i lavori della Basilica ripresero solo nel 1534.
Poi nel 1538 venne eretto un massiccio “muro divisorio” tra la parte dell’antica Basilica ancora in funzione e le nuove fabbriche. Una parte dei resti di questo muro, che venne demolito nel 1615, si può ancora osservare nel corridoio di uscita delle attuali Grotte vaticane ed è importante perché da quel punto si può capire quale era la quota del pavimento nell’antica Basilica. Questo era più in basso di quello attuale di circa tre metri e venti centimetri e per tanti secoli vi erano state inserite innumerevoli sepolture e lastre tombali. Anche le pareti della Basilica costantiniana si erano arricchite con sontuosi mausolei di marmo e di bronzo, gran parte dei quali, come le tombe di Donato Bramante e Giuliano da Sangallo, andarono smarrite.
Sono andati perduti anche i sepolcri dei trentaquattro papi, da San Leone I, a Sergio I che si trovavano nella parete del portico confinante con la Basilica. Alla fine furono pochissime le opere d’arte che vennero effettivamente rimontate nella nuova Basilica e ne possiamo ricordare soltanto le principali.
La “rota porfiretica” che si trovava nel pavimento dell’antica basilica, venne collocata nel pavimento di quella nuova, posizionata poco dopo l’ingresso della navata centrale. Questo grande disco di porfido rosso proveniente dall’Egitto, è famoso perché su di esso si inginocchiò Carlo Magno nel Natale dell’anno 800 per essere incoronato da Papa Leone III, Imperatore del Sacro Romano Impero.
Dopo di lui, su questa pietra, altri ventitré imperatori ricevettero la corona imperiale, da ultimo Federico III da Papa Niccolò V nel 1450.
Anche di porfido rosso erano i gradini, che nell’antica Basilica consentivano di accedere alla tribuna absidale per mezzo di due scale di sette gradini ciascuna; questi vennero smontati e reimpiegati a formare i due larghi scalini per accedere alla tribuna attuale.
Parlando ancora di porfido rosso, il pensiero va subito al battistero della odierna Basilica. Certo è che si viveva in un’epoca nella quale non c’era la minima cultura e riguardo per le cose antiche. Infatti, per costruire nuovi edifici era invalso l’uso di depredare quelli antichi e nemmeno le tombe venivano risparmiate. L’architetto Domenico Fontana per farci ammirare il fonte battesimale quale è oggi, non esitò, nel 1609, a smontare il sarcofago dell’imperatore Ottone II che dal 983 riposava serenamente nel “Paradiso” o atrio della Basilica costantiniana. La vasca di porfido rosso con dimensioni di quattro metri per due che tutti possiamo ammirare oggi al centro della Cappella del Battistero, altro non è che il coperchio del sarcofago dell’imperatore, ma che a sua volta era parte di un monumento funerario romano, forse di un prefetto di Roma. Ottone II di Sassonia, riposa dal 1614, nelle Grotte vaticane in una semplice bara di marmo bianco accanto a suo nipote Papa Gregorio V.
Le uniche tombe che vennero smontate e poi rimontate nella nuova basilica, sono quelle di due illustri Papi: Sisto IV e Innocenzo VIII ambedue opera di Antonio del Pollaiolo, uno dei più grandi scultori del Quattrocento.
La prima, che ha avuto la sua prima collocazione nella Cappella del Coro, ha subito numerosi spostamenti, fin quando ha avuto un posto d’onore al museo del Tesoro della Basilica di San Pietro. La sua posizione privilegiata dà addirittura la possibilità di essere ammirata in tutta la sua magnificenza, da posizione sopraelevata.
Ben diversa sorte ha avuto il monumento funerario di Innocenzo VIII. Morto nel 1492 è stato l’unico Papa ad essere rappresentato nel monumento funerario, sia da vivo che da morto. Questo sepolcro si trovava originariamente vicino all’arco trionfale dell’antica Basilica e venne smontato per poi essere rimontato nel 1621 nella nuova Basilica. Però nella sua ricomposizione, non si sa per quale motivo, venne montato al contrario, come ora si presenta: la statua del Papa seduto e benedicente al di sopra della statua distesa sul sarcofago di bronzo. Innocenzo VIII ha una storia molto interessante che non è possibile raccontare in questa sede.
Una delle storie più travagliate riguarda uno dei grandiosi sepolcri del Quattrocento. Si tratta del monumento funerario di papa Paolo II, opera di Mino da Fiesole e Giovanni Dalmata, terminato nel 1477 e posizionato in fondo alla navata di sinistra dell’antica Basilica. Subì numerosi spostamenti tanto che, non si sa come, alcuni pezzi finirono anche in nazioni straniere. Purtroppo nella nuova Basilica non fu possibile trovargli una collocazione data la sua altezza di oltre undici metri. Però nel 1990 si riaprì il caso e si decise di ricostruirla con i pezzi a disposizione integrando le parti mancanti con fotografie a grandezza naturale, in una delle Sale Ottagone, quella di San Basilio, della Basilica di San Pietro. Il vero sarcofago di Paolo II si trova nelle grotte della Basilica.
Un posto d’onore hanno avuto invece alcune delle dodici colonne tortili che formavano la “pergula” dell’antica Basilica. Questa fu smontata nel 1544 e in seguito, ai tempi di Urbano VIII, l’architetto Gian Lorenzo Bernini ne utilizzò otto per ornare le logge che fece realizzare alle quattro nicchie, lungo i piloni che sorreggono la cupola, per custodire le reliquie della passione. Un’altra delle colonne tortili, che si credeva essere quella a cui si appoggiava Gesù quando predicava nel Tempio, fu posta inizialmente nella Cappella della Pietà, ma attualmente si trova nel Museo storico artistico della Basilica. Le altre tre colonne sono andate disperse.
Sulla facciata antistante il quadriportico dell’antica Basilica era stato realizzato un magnifico mosaico a fondo oro, su disegno di Giotto del 1313 detto “la Navicella” rappresentante Cristo che salva gli apostoli dai flutti. Questo venne disastrosamente distaccato e poi molto rimaneggiato per cui quello che si vede oggi “rimontato”, nel 1674 in una lunetta dell’atrio della nuova basilica, quasi nulla ha a che vedere con quello originale se non per alcuni frammenti.
A conclusione dei lavori della nuova Basilica si volle dare un minimo di continuità tra la vecchia e la nuova e così si riutilizzarono, anche se con opportune modifiche, i battenti della porta d’ingresso centrale in bronzo, originariamente dorati e smaltati, della Basilica costantiniana, opera terminata nel 1445 dallo scultore fiorentino Antonio Averluino detto Filarete.
È così sfumata la realizzazione del progetto iniziale di trasferire il contenuto artistico dell’antica Basilica in quella nuova, però questa irrealizzabilità ha dato modo di sviluppare la fantasia di tanti altri artisti che successivamente hanno dato vita a nuovi e meravigliosi immortali capolavori.
Filippo Caponi