Quest’anno il Gruppo Giovani dell’Associazione ha avviato un ciclo di incontri culturali serali dedicati alla lettura della Divina Commedia, con l’obiettivo di cogliere il messaggio evangelico racchiuso nell’opera e comprendere come la presenza di Cristo si manifesti anche nei momenti di smarrimento e oscurità della vita. Il percorso si ispira alle parole pronunciate dal Santo Padre Leone XIV durante l’udienza generale del 24 settembre 2025: «Gli inferi, nella concezione biblica, sono non tanto un luogo, quanto una condizione esistenziale: quella condizione in cui la vita è depotenziata e regnano il dolore, la solitudine, la colpa e la separazione da Dio e dagli altri. Cristo ci raggiunge anche in questo abisso, varcando le porte di questo regno di tenebra. Entra, per così dire, nella casa stessa della morte, per svuotarla, per liberarne gli abitanti, prendendoli per mano ad uno ad uno. È l’umiltà di un Dio che non si ferma davanti al nostro peccato, che non si spaventa di fronte all’estremo rifiuto dell’essere umano.»
Alla luce di questa prospettiva, gli incontri hanno preso avvio da una lettura introduttiva del contesto storico in cui Dante compose il poema. L’attenzione si è soffermata sulla complessa situazione politico-sociale attorno all’anno 1300, segnata da forti tensioni in Europa e da rapporti difficili tra il Regno di Francia e il Papato, elementi che fanno da sfondo alla riflessione spirituale e civile dell’autore. Proprio in questo clima si colloca l’incipit della Commedia, tra i più celebri della letteratura italiana: “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura: ché la diritta via era smarrita”.
Da qui ha preso forma la meditazione sullo smarrimento di Dante, rappresentato simbolicamente dall’incontro con i tre animali che gli sbarrano il cammino: la lonza, tradizionalmente associata alla lussuria; il leone, figura della superbia; e la lupa, emblema dell’avarizia. In questo scenario di incertezza e di crisi interviene però una figura decisiva, quella di Virgilio, che diventa guida e sostegno: non permette a Dante di tornare indietro, ma lo incoraggia ad affrontare il percorso.
Come accaduto a Dante, anche noi siamo soggetti allo smarrire la strada ed è importante ricordare che, come evidenziato da alcune riflessioni, smarrire la strada non significa perderla. Dante, impaurito e bloccato, viene salvato grazie all’incontro con Virgilio ed al coraggio che lo stesso gli trasmette. Anche noi, nei periodi più bui e complessi, quando tutto sembra non trovare una soluzione, possiamo ritrovare la strada, uscire dalla paura e dall’immobilismo incontrando Dio. Il primo incontro si è concluso con alcune riflessioni sulla grandezza dell’opera di Dante e, naturalmente, sulla grandezza di Dio quale Salvatore.
Durante il secondo incontro, viene introdotto e discusso il terzo canto. L’Antinferno, un luogo destinato a coloro che non sono stati accettati per la loro vita “neutrale” né all’inferno, né al paradiso data la mancanza di coraggio, marcati da una paura che in vita li ha bloccati, gli ignavi. Dante si trova dinanzi alla porta dell’Inferno, con la terribile scritta: «Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate». Virgilio rassicura Dante, così da lasciare ogni esitazione per entrare nella “città dolente”. Varcata la soglia, si trova in un luogo in cui sono puniti coloro che non sono nemmeno “degni” di accedere all’inferno. Dante percepisce sin da subito le urla dei dannati, coloro che in vita non presero mai una posizione. Dato che non scelsero né il bene né il male, ora sono costretti a subire la legge del contrappasso. Tale legge implica il correre dietro a un’insegna senza significato, punti da vespe e mosconi. I due poeti giungono sulla riva del fiume Acheronte. Appare Caronte, il traghettatore demoniaco. Caronte tenta di scacciare Dante perché è ancora vivo, ma Virgilio lo mette a tacere con la celebre formula: «Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare». Con tale frase, Virgilio intima a Caronte di non opporsi al viaggio di Dante nell’aldilà, poiché è deciso da Dio: “Colà” indica il Paradiso, ovvero il luogo del potere assoluto, richiamando la sottomissione alla Legge Divina.
Un improvviso terremoto e una luce vermiglia abbaglia Dante. Sopraffatto dallo spavento, il poeta cade svenuto. Questo canto ci riporta al primo libro dei Re, dove il profeta Elia si avvicinò a tutto il popolo e disse: «Fino a quando zoppicherete dai due lati? Se il Signore è Dio, seguitelo; se invece lo è Baal, seguite lui». Questa immagine ci chiama a prendere una chiara posizione e ad affrontare la vita con decisione, senza mai cadere nella trappola dell’essere anime “tiepide”.
Il terzo incontro prosegue con l’ingresso nel vero e proprio Inferno. Il Canto V narra l’ingresso nel dramma umano dantesco. Dante e Virgilio giungono sulla soglia del secondo cerchio, dove troneggia Minosse, il demone. Il re di Creta ora svolge un ruolo terribile nel luogo in cui tutto è inganno: esamina le colpe, ascolta la confessione integrale delle anime e indica il cerchio di destinazione attorcigliando la sua coda. Oltrepassato il giudice, Dante è nella zona dei lussuriosi. Qui vige la legge del contrappasso: l’interminabile “bufera infernale” tormenta le anime con la medesima tenacia con cui le passioni irrazionali le condannarono in vita. Tra le schiere di “donne e cavalieri”, l’attenzione del poeta cade su due figure che volano insieme, e sembrano quasi più leggere delle altre. È l’amore a richiamarli, e Francesca invoca: «se fosse amico il Re dell’Universo». Paolo e Francesca si staccano dalla schiera di Didone. Francesca è l’unica a parlare, mentre Paolo resta in un silenzio intriso di lacrime. Il suo discorso è un capolavoro di retorica e amor cortese: spiega che l’amore si appiglia rapidamente al “cor gentil”, che non permette a nessuno che sia amato di non riamare a sua volta. Il canto si chiude con il celebre collasso fisico del poeta. Questo canto ci mostra come i peccati legati alle passioni siano insidiosi e tentino oltremodo l’uomo, allontanandolo dallo Spirito. Come ci ricorda San Paolo (1 Cor 6,18-20), siamo esortati a fuggire i vizi, ricordando che il nostro corpo è tempio dello Spirito Santo e non ci appartiene in modo esclusivo ed egoistico.
Durante il quarto incontro, viene spiegato il VII canto, offrendo ai partecipanti una visione di peccati che si trovano ai poli opposti: i prodighi e gli avari. Nel Canto VII, Dante e Virgilio affrontano inizialmente Pluto, il demone dalle fattezze di lupo simbolo dell’avidità, che tenta di sbarrare loro la strada con l’invocazione demoniaca: Papé Satàn, papé Satàn aleppe. Superata la minaccia grazie al comando di Virgilio, i poeti entrano nel IV Cerchio, dove Avari e Prodighi sono condannati a un movimento circolare opposto, spingendo col petto enormi macigni; ogni volta che le due schiere si scontrano, si ingiuriano rinfacciandosi: «Perché tieni?» e «Perché burli?». Proseguendo, i due giungono alla nera palude dello Stige, che costituisce il V Cerchio: qui gli Iracondi sono immersi nel fango mentre si dilaniano a morsi, vittime della loro stessa ira. Gli Accidiosi, invece, sono completamente sommersi e rendono l’acqua gorgogliante con i loro sospiri.
Il canto ci mostra come avari e prodighi, accidiosi e iracondi rappresentano due estremi opposti che conducono alla medesima dannazione. È un forte richiamo a condurre una vita volta all’equilibrio e al controllo delle proprie emozioni, affidandosi costantemente a Dio.
Durante il quinto incontro, il Canto IX si apre con un clima di estrema tensione drammatica davanti alle mura della Città di Dite. Dopo che i diavoli hanno sbarrato le porte nel canto precedente, Dante vede Virgilio pallido e preoccupato, temendo che il soccorso divino tardi ad arrivare. La minaccia si aggrava con l’apparizione sulle torri infuocate delle tre Furie Megera, Tesifone e Aletto. La situazione è risolta dall’arrivo folgorante del Messo Celeste, che attraversa lo Stige camminando sulle acque senza bagnarsi. Le moltitudini di demoni si dileguano alla vista dell’arrivo del Messo Celeste, spaventati dalla potenza divina. Giunto davanti alle porte di Dite, il Messo Celeste le apre con una verghetta, simboleggiando come anche il minimo volere divino possa distruggere la più grande armata demoniaca. Una volta entrati, lo scenario muta drasticamente: i poeti si trovano in una vasta necropoli dove, in tombe infuocate e scoperte, in cui giacciono gli Eretici e gli Epicurei. Il Canto IX ci ricorda che, per quanto il male che affrontiamo possa spaventarci e paralizzarci, non dobbiamo temere nulla. L’intervento divino ci dimostra che Dio è sempre con noi, e che le difficoltà e le “porte sbarrate” della vita non potranno mai sopraffarci.
Nel sesto incontro, che chiude la serie, Dante e Virgilio si trovano in un luogo privo di vita, arido, incontrando coloro che non hanno avuto rispetto del dono divino, La Vita. Nel Canto XIII Dante e Virgilio proseguono il proprio viaggio nel secondo girone del settimo cerchio, una selva oscura e disorientante in cui sono puniti i violenti contro sé stessi (i suicidi) e i violenti contro le proprie sostanze (gli scialacquatori). Virgilio spiega a Dante che le anime dei suicidi, avendo violentato il proprio corpo che è tempio dello Spirito Santo, non possono più assumere forma umana: in vita hanno oltraggiato il proprio corpo, e nell’eterna dannazione sono privati di essa, ridotti a rami privi di vita, la stessa che hanno disprezzato. Cadono come semi in questo girone e germogliano in alberi, unendosi con la vegetazione in un’esistenza vegetativa e dolorosa. Quando Dante sente gemiti provenire da ogni direzione ma non vede nessuno, Virgilio lo invita a spezzare un ramo; dal tronco ferito sgorga sangue insieme alla voce di un’anima che si presenta come Pier della Vigna, il celebre giureconsulto e cancelliere di Federico II di Svevia. Pier racconta di essere stato falsamente accusato di tradimento, di aver sopportato l’infamia e la prigione fino a preferire la morte per orgoglio. Improvvisamente un frastuono interrompe l’incontro: sono le anime degli scialacquatori, che in vita furono imprudenti e superficiali, ora corrono nudi senza meta e in fuga perpetua attraverso la selva, inseguiti e sbranati da cani famelici. Dante, scosso, chiede a Virgilio se altri peccati contro il patrimonio siano puniti qui, e Virgilio conferma che tutti coloro che hanno dissipato le proprie sostanze, prodighi, distruttori di famiglie e dissipatori di ricchezze, subiscono questa pena bestiale. I due poeti proseguono allora verso il terzo girone, lasciandosi alle spalle la selva dei suicidi e il suono straziante delle anime alla ricerca illusoria di una fuga da una condanna ineluttabile.
Questo canto ci insegna che la mancanza di rispetto nei confronti della vita ci fa precipitare in una condizione di totale assenza di Dio. Siamo chiamati a preservare il dono divino della vita, rimanendo saldi e fermi nella fede, perché solo in questo modo possiamo tornare a tracciare la nostra strada verso di Lui.
Di fronte alla selva oscura che ognuno di noi può trovarsi ad affrontare, il Sommo Pontefice Leone XIV, nell’udienza generale del 24 settembre 2025, ci rimanda a un messaggio di speranza viva, ricordandoci come «Il Signore scende là dove l’uomo si è nascosto per paura, e lo chiama per nome, lo prende per mano, lo rialza, lo riporta alla luce». La paura che è generata dal peccato ci allontana dalla nostra croce; eppure il Signore non ci lascia soli: scende fino al punto più basso dei nostri peccati per salvarci e riportarci a lui. Come San Paolo ci rammenta: «né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,39). Il suo Amore ci raggiunge nonostante le nostre paure, il nostro fuggire e nasconderci, lo fa spezzando le catene del peccato e riportandoci a vita nuova, lui che è la luce della Salvezza. La stessa luce che Dante tornerà a vedere uscendo a guardare le stelle.
Fabrizio Natali e Mattia Rupiani