Come per tutte le solennità che coinvolgono i papi nel Rinascimento – dall’elezione al soglio pontificio alla cerimonia del possesso fino alle esequie –, anche la dedicazione della Basilica di San Pietro diviene argomento non solo di cronache e di resoconti, ma anche di componimenti poetici, soprattutto in latino. Tanto più perché la celebrazione si svolge durante il pontificato di un poeta come Maffeo Barberini, i cui Poemata imprimono un nuovo fermento al classicismo in lingua latina.
Della nuova Basilica catturano l’attenzione degli osservatori soprattutto le opere architettoniche che per la prima volta vengono rivelate, a partire da quelle «colonne al numero di quattro [che] deono sostenere il Baldacchino che sta sopra li corpi degli Apostoli, fatte in forma di quelle del tempio di Re Salomone di artificioso lavoro del Cav. Bernino Statuario che pareggia tutti gli antichi», come riporta un anonimo dispaccio indirizzato da Roma alla corte di Ferrara il 3 ottobre 1626. Il Baldacchino di Bernini sarebbe stato inaugurato solo nel 1633, ma le colonne, tortili come quelle della pergula che sormontava il sepolcro di Pietro nella Basilica costantiniana, erano già ben visibili al momento della dedicazione e affascinavano i primi visitatori. Proprio ad esse è dedicato un poemetto latino intitolato Urbano VIII Pont. Opt. Max. erectis aeneis in Vaticana Basilica quatuor columnis. Non plus ultra. L’opera è pubblicata nel 1629 dal sacerdote borgognone Jean Guillaume Vernerey per la tipografia romana degli eredi Bartolomeo Zanetti. La stampa si presenta come un opuscolo di dodici carte, oggi conservato in due soli esemplari presso la Biblioteca Casanatense di Roma. Il testo in 188 esametri è un sacrum elogium dedicato proprio alle colonne del Baldacchino, columnae triumphales celebrate attraverso il mito delle Colonne d’Ercole, rifunzionalizzato in chiave cristiana; per questo, afferma Vernerey, alle colonne non sono associate l’hasta e la clava erculee, bensì clavis et ensis, la chiave di Pietro e la spada di Paolo. Il poeta mette in versi lo stupore dell’ingresso ad delubra Petri, nel tempio petrino; ricorda le solemnes pompae, ossia le cerimonie solenni organizzate per la dedicazione; descrive gli stemmata magni Urbani, le imprese barberiniane impresse sulle columnis tortilibus, e in particolare l’apis imperiosa, simbolo del semideus Pastor che ha ideato e fatto realizzare un progetto così straordinario. Giocando con la figura retorica della paronomasia, il poeta può così connettere (e celebrare) apes et opes, le api simbolo del papa Barberini e le opere dal pontefice commissionate, che dimostrano i risultati che può raggiungere la dexteritas artis quando imita la natura, al punto da superarla.
A un anno di distanza dal poemetto di Vernerey, cioè nel 1630, vede la luce sempre a Roma, per i tipi di Lodovico Grignani, un altro componimento in latino intitolato Ad sepulchrum principum apostolorum pro Urbano Octavo Pont. Max. Roma vovens. Il carme è composto dal religioso Attilio Marcellini, autore anche di una orazione De Summa Trinitate dedicata a Urbano VIII e pubblicata nel 1634, dopo essere stata recitata presso la Cappella Paolina del Palazzo del Quirinale (in sacello pontificio Quirinali). Il carme, di cui sono sopravvissuti cinque esemplari conservati in biblioteche italiane, è costituito da 57 esametri in cui il poeta elogia il pontefice per la scelta di preservare Vaticani cineres e ossa parentum, ossia le spoglie custodite nelle Grotte Vaticane, mediante un nuovo edificio in grado di riaccendere la fede nei devota corda, nei cuori dei fedeli. Anche in questo caso, tra le bellezze del nuovo templum, Marcellini ricorda in particolare le columnae erette sul tumulo dell’apostolo Pietro, diadema simbolico con il quale la Basilica, e Roma più in generale, sono incoronate dal pontefice.
In appendice al poemetto vi è anche un epigramma in tre distici elegiaci sul tema De navi opere musivo fabrefacta: si tratta di un carme ecfrastico che descrive il mosaico della Navicella, tradizionalmente ascritto a Giotto e in origine collocato sulla facciata della Basilica, quindi staccato e ricomposto nel 1619, per permettere la realizzazione della nuova facciata realizzata da Carlo Maderno, e quindi spostato nuovamente, proprio per volontà di Urbano VIII, nel 1628 e collocato nell’atrio della Basilica. L’epigramma intende celebrare papa Barberini per aver messo al sicuro l’affresco, la cui nave appare ora, con concettistico gioco barocco, non stagna super, sed super astra, collocata non sopra le acque ma sopra le stelle.
Alla Navicella dedica alcune pagine dei suoi manoscritti Diporti curiosi circa sagre antiche pitture anche l’archiatra pontificio di origine senese Sebastiano Vannini. L’opera si conserva nei codici della Biblioteca Apostolica Vaticana Barb. Lat. 4875, 3221 e 2109; gli ultimi due, insieme al codice Barb. Lat. 2049, contengono anche componimenti latini del medico, testi in distici elegiaci, odi e brevi epigrammi, databili agli anni Quaranta del Seicento. Tra i carmina manoscritti alcuni, di carattere più propriamente ecfrastico, celebrano il programma di rinascita architettonica della Basilica voluto da Urbano VIII, descrivendo le reliquie collocate nella crociera, il monumento a Matilde di Canossa, la tomba del pontefice e naturalmente il Baldacchino, opera che coniuga le marmoreae columnae dell’opus Constantini, cioè la pergula costantiniana, con l’aurato metallo scelto dal papa Barberini a protezione del sepolcro petrino. I testi di Vannini si presentano come componimenti spicciolati di scarsa qualità letteraria, ben lontani dall’impegno dell’opera senz’altro più rappresentativa di questa stagione: l’Ara maxima Vaticana, a summo pontifice Urbano VIII magnificentissime instructa, carme esametrico del poeta lucchese Lelio Guidiccioni, pubblicato a Roma, per gli eredi di Guglielmo Facciotti, nel 1633, in un volumetto che contiene anche altri epigrammi encomiastici ed ecfrastici (ancora sulla Navicella, ma anche sul busto e sul monumento sepolcrale realizzati da Bernini per Urbano VIII). Ben più ampio rispetto agli altri poemi dedicati alla Basilica Vaticana, con i suoi quasi 850 versi, il carme di Guidiccioni è stampato nello stesso anno in cui viene inaugurato il Baldacchino di Bernini. Il testo è giocato sulla sovrapposizione tra l’Ara Maxima del Vaticano e quella di Ercole invitto, l’altare situato al Foro Boario da cui partivano i trionfi che si concludevano sul colle capitolino, con il chiaro intento di tracciare una continuità tra mondo classico e moderno, ma anche di riconoscere la superiorità del presente, illuminato dalla vera fede, rispetto al passato. La consacrazione della Basilica Vaticana e le opere d’arte che la impreziosiscono rappresentano così, per usare le parole di Guidiccioni, la testimonianza tangibile che il saeclum Urbanum, l’età barberiniana, può a ragione definirsi un saeclum aureum, una nuova età dell’oro per la cristianità.
Francesco Lucioli