Incontro 2/2026 STORIA DEI MONUMENTI DELLA BASILICA DI SAN PIETRO – II PARTE

Da tutto il mondo vengono alla Città del Vaticano per visitare la Basilica di San Pietro persone di ogni nazione, etnia e religione per ammirare qualche cosa di unico ed inimitabile. Qui si può vedere il passato, e il passato è una materia difficile ma fondamentale per comprendere il presente. Quello che qui si può ammirare è la realizzazione della elaborazione delle idee di chi ha vissuto prima di noi, le scelte che sono state fatte, ed i valori che qualcuno ha lottato per difenderle. Qui c’è il risultato di quattrocento anni e il retaggio dei precedenti dodici secoli dei quali è necessario conservare la memoria e che è il presupposto per una costruzione consapevole di un futuro migliore.

Qualche tempo fa ho avuto la fortuna di poter entrare nella basilica vuota, senza transenne, senza tendaggi e senza altri impedimenti alla visione dello spazio, così come è stato concepito dai progettisti che si sono avvicendati nelle varie epoche. Ho immaginato di essere un visitatore che entra per la prima volta nel più grande tempio della cristianità e allora ho provato quello stupore dovuto alla visione di uno spazio infinito che fa sembrare di volare. Poi camminando sono giunto al centro dove, alzando gli occhi, la maestosità della grandiosa cupola fa sembrare di essere giunti nell’empireo dantesco, dove il cielo con i suoi angeli e i suoi santi si avvicina a noi. Sotto la cupola si trova il motivo per il quale la basilica è stata costruita proprio lì: la tomba dell’apostolo Pietro, chiamato per primo, da Gesù stesso, a governare la Chiesa. Sopra i suoi resti, che si trovano due livelli sotto al pavimento attuale, si erge uno dei più famosi monumenti dell’architetto napoletano Gian Lorenzo Bernini: “il baldacchino”, che idealmente protegge il sottostante altare papale senza però impedire la visuale fino all’abside. Precedentemente Paolo V, aveva fatto collocare, agli angoli dell’altare, quattro angeli in metallo che sostenevano un baldacchino simile a quelli con cui si accompagna il Santissimo Sacramento nelle Processioni. Ma quando Urbano VIII salì al soglio di Pietro, l’anno stesso della sua elezione – 1623 – incaricò il Bernini di ideare un tabernacolo degno della Basilica. Così in nove anni di lavoro prese vita uno dei capolavori del barocco. Su quattro piedistalli marmorei si innalzano quattro colonne vitinee alte undici metri ispirate a quelle della “pergula” dell’antica basilica, che sostengono il “baldacchino”, drappeggiato come una stoffa mossa dal vento. Sopra questo, quattro costoloni sorreggono un globo sormontato da una croce che svetta fino a ventinove metri. La massa di bronzo di 610 quintali, impreziosita con rifiniture d’oro, venne fusa nel 1627 da Gregorio de Rossi e Ambrogio Lucenti. Tante storie ruotano intorno a questo capolavoro che è stato oggetto di uno stupendo restauro per l’anno santo 2025 appena trascorso, che non è possibile trattare in questa sede.

Ma facciamo un passo indietro e torniamo all’ingresso della basilica. La sensazione spaziale che avvolge il visitatore è determinata non tanto dalla vastità, ma dalla proporzione delle linee architettoniche e da tutto un insieme di cose. Se lo sguardo va in alto, si rimane avvolti dal soffitto a botte della grande navata, decorata con lacunari e rosoni dorati. Fatto costruire da Paolo V, venne restaurato da Pio VI e infine da Pio XII. Sotto al cornicione, gira una scritta in mosaico dorato con caratteri alti due metri. Poi iniziando a scendere con lo sguardo, si ammirano le pareti della navata centrale, dominate dall’ordine gigante michelangiolesco che contrastano con la loro semplicità e purezza di linee con la policroma decorazione barocca delle navate laterali. Gli archi che dividono questi due spazi sono decorati con statue che riproducono le allegorie delle virtù. E infine nei pilastri sono ricavate due ordini di nicchie che poi continuano lungo tutte le pareti della basilica, contenenti le statue dei santi fondatori e sante fondatrici di ordini religiosi, alte rispettivamente cinque metri quelle superiori e tre metri e mezzo quelle delle nicchie inferiori. Qui tutto è gigantesco, così che appena si entra, si viene accolti, a destra e a sinistra, da due acquasantiere di marmo giallo di Siena, sostenute da due putti alti due metri, scolpiti da Francesco Moderati.

Ma la cosa che colpisce di più è l’immensa pavimentazione che si estende per oltre ventiduemila metri quadrati. Quando la costruzione venne terminata, ci si pose il problema di dare una quota al pavimento della basilica soprattutto per armonizzare l’ordine gigante delle pareti, ma anche per salvaguardare le sottostanti strutture antiche. Dopo vari studi si iniziò dalla Cappella Gregoriana e venne messo in opera un pavimento provvisorio in mattoni. Anche se allora la basilica era spoglia, ben presto ci si rese conto che questo non era adeguato alla grandiosità dell’opera architettonica costruita. Così si venne alla determinazione di dare incarico a Giacomo della Porta e Gian Lorenzo Bernini per la costruzione di un pavimento in marmo. Iniziato nel transetto, venne terminato per l’anno santo 1650, come da stemma di Innocenzo X in mezzo alla navata centrale. Questo pavimento, fatto restaurare da Pio XI nel 1933, anno santo della redenzione, è una delle più grandi opere architettoniche della basilica. È una immensa decorazione geometrica costituita in marmo bianco come base, sul quale sono intarsiati segmenti dei marmi più rari: portasanta, africano, broccatello, giallo antico, bardiglio, fior di pesco, verde antico, paonazzo, diaspro, breccia e granitello. Lo si può ammirare nella sua interezza soltanto affacciandosi al parapetto del giro interno della cupola.

Ma le opere d’arte che impreziosiscono in modo significativo il tempio vaticano, sono due: l’altare della cattedra di San Pietro, sormontato dalla “gloria del Bernini” e il gruppo scultoreo della “pietà di Michelangelo”.

La cosa che più colpisce, fin dal primo ingresso, è la grandiosa mole che si intravede nell’abside della tribuna maggiore. È come un occhio di luce tra ombre e masse luccicanti e oscure. Il progetto del Bernini nasce dall’incarico affidatogli da Alessandro VII, che voleva dare una definitiva collocazione a un tronetto indicato dalla tradizione come “la cattedra” dalla quale San Pietro avrebbe predicato e che era stata custodita per secoli nel monastero di San Martino, demolito per far posto al pilone della Veronica. Questo antico sedile che è in stile bizantino e non può evidentemente risalire all’epoca della predicazione dell’apostolo, anche se sembra vi siano alcune parti in legno risalenti ai primi anni del cristianesimo e che di restauro in restauro si sia giunti all’aspetto attuale. Pertanto per dare una collocazione a questa venerata reliquia, la fantasia del Bernini ideò una sorta di trono o “cattedra” di bronzo, sospesa in aria tra le nuvole, per contenere, come in uno scrigno il prezioso cimelio. Quattro statue gigantesche in bronzo alte cinque metri, con mantelli dorati la circondano poggiando su un enorme piedistallo composto da due marmi rari: il diaspro di Sicilia e il bianco e nero di Francia. Si tratta di quattro dottori della Chiesa: Sant’Ambrogio e Sant’Agostino davanti e Sant’Atanasio e San Giovanni Crisostomo dietro. Sotto le masse metalliche, vi era l’altare maggiore della basilica, detto appunto della cattedra, composto sempre dagli stessi marmi del basamento, che dopo la riforma liturgica del Concilio Ecumenico Vaticano II è stato rimosso e attualmente smarrito.

Al disopra di questa composizione, svetta in mezzo ad un volo turbinoso di angeli e putti adoratori, fra nuvole e raggi saettanti, la colomba dello Spirito Santo dalla raggera luminosa di una vetrata in alabastro che con luce naturale dà vita e colore a tutta la complessa macchina. Questa parte della composizione, scaturita dalla fantasia del Bernini anche per coprire la finestra di fondo, illumina con luce naturale la vetrata che è denominata la “gloria del Bernini”. Da qui nasce il detto popolare romano che “tutti i santi vanno a finire in gloria”. Infatti in tempi passati c’era l’usanza, durante la cerimonia di canonizzazione di esporre l’immagine del nuovo Santo a coprire la parte centrale dove si trova la Colomba e mostrare così ai fedeli che il Santo era proprio nella “gloria” di Dio, tra raggi luminosi, nuvole e angeli.

Il gruppo scultoreo della “Pietà di Michelangelo” si trova invece nella prima cappella a destra entrando in basilica. Questa è la collocazione che gli è stata assegnata nel 1749, perché in realtà la statua era stata commissionata, per un altro luogo, dal Cardinale Jean Bilhère de Lagraulas, Abate di Saint Denis e ambasciatore del re di Francia Carlo VIII presso il papa Alessandro VI Borgia. Il contratto per la realizzazione dell’opera venne firmato nella notte tra il 26 e il 27 agosto dell’anno 1498 alla presenza del banchiere e mecenate Jacopo Galli, in qualità di garante, il quale specificò nel testo del contratto che l’opera avrebbe dovuto essere “la più bella di marmo che oggi sia in Roma e che nessun maestro migliore la farebbe”. Allo scultore vennero corrisposti come pagamento per il suo lavoro quattrocentocinquanta ducati d’oro. Il gruppo doveva essere terminato entro un anno e destinato a essere collocato nella cappella dei Re Franchi o di Santa Petronilla, in una delle grandi nicchie, come ornamento della cappella medesima. Così fu fatto, ma la progressiva demolizione della basilica antica e dei due mausolei che l’affiancavano sul lato sinistro, uno dei quali era appunto la cappella di Santa Petronilla, impose di spostate la Pietà che trovò solo sistemazioni provvisorie. Sulla bandella che attraversa il petto della Madonna si legge in caratteri lapidari romani: MICHEL-ÃGELUS-BONAROTUS-FLORENT-FACIEBAT, infatti Michelangelo fu costretto ad incidere il suo nome, unico esempio in tutta la sua vita, perché alcuni pellegrini lombardi avevano attribuito l’opera allo scultore milanese Cristoforo Solari.

Questo breve viaggio nella Basilica di San Pietro è soltanto una panoramica delle opere d’arte in essa custodite e che, anche se di epoche diverse, creano un insieme straordinario e un intramontabile spettacolo tra i più ambiti dai pellegrini di tutto il mondo.

Filippo Caponi

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