Incontro 1/2026 San Pietro: il discepolo

Il quarto centenario della dedicazione della Basilica di San Pietro, che celebreremo il prossimo novembre, ci offre un’occasione propizia per riflettere sulla figura di San Pietro, la cui tomba in Vaticano è la ragione stessa dell’esistenza della Basilica. Pietro sempre ci affascina, perché, fra gli apostoli, con tutti i suoi pregi e limiti, è quello di cui sappiamo di più e che più ci somiglia.

Dopo Gesù, Pietro è il personaggio più citato negli scritti del Nuovo Testamento. Il soprannome Petros, collegato alla parola greca petra, che significa «pietra» o «roccia», è la traduzione del nome aramaico Kefa (o Cefa) datogli direttamente da Gesù. Originariamente chiamato Simeone o Simone, era di Betsaida (cfr. Gv 1,44), una cittadina situata a circa tre chilometri a nord-est del lago di Tiberiade, da cui venivano anche suo fratello Andrea e l’apostolo Filippo. Pietro e Andrea erano pescatori: con la famiglia di Zebedeo, padre di Giacomo e Giovanni, conduceva una piccola azienda di pesca sul lago. A un certo punto, la famiglia di Pietro si trasferì a Cafarnao, probabilmente per motivi pratici, in quanto quella città offriva maggiori possibilità lavorative per il commercio del pesce. Ancora oggi si possono visitare le rovine della casa di Pietro a Cafarnao, portata alla luce nel corso di recenti scavi archeologici nella zona.

Pietro era sposato e la suocera, guarita un giorno da Gesù (cfr. Mc 1,29-31), viveva a Cafarnao nella casa in cui anche Gesù alloggiava quando veniva in quella città. Era un ebreo credente e osservante, «animato da un sincero interesse religioso, da un desiderio di Dio – egli desiderava che Dio intervenisse nel mondo – un desiderio che lo spinse a recarsi col fratello fino in Giudea per seguire la predicazione di Giovanni il Battista (Gv 1,35-42)» (Benedetto XVI, Udienza generale, 17 maggio 2006).

Un giorno Simone incontra Gesù e la sua vita cambia radicalmente. Secondo il racconto di San Luca (5,1-11), Gesù, dopo aver finito di parlare alla folla radunata sulle rive del lago per ascoltarlo, ordinò a Simone di prendere il largo e gettare le reti per la pesca. Egli rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Dopo la pesca miracolosa, Simone, stupito di quanto era successo, si gettò ai piedi di Gesù e disse: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore». Gesù, invece, lo invita a fidarsi e ad aprirsi ad un progetto che oltrepassa ogni sua prospettiva: «Non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini». Pietro e gli altri accolgono l’invito e si lasciano coinvolgere in questa grande avventura, di cui non potevano immaginare l’esito: «tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono».

Durante i tre anni del ministero pubblico di Gesù, Pietro visse un periodo straordinario di formazione. Deciso e impulsivo di carattere, seguì Gesù con tutto il cuore e con generosità, anche se non capiva tutto e spesso doveva essere corretto dal Maestro per entrare pienamente nel suo modo di pensare. I Vangeli ci permettono di seguire passo dopo passo la sua evoluzione spirituale. Vive ogni giorno con Gesù, ascolta le sue parole, osserva come si relaziona con le persone, specialmente con i malati, gli emarginati e i bisognosi, assiste ai miracoli e impara che il vero seguace di Gesù non è colui che comanda ma colui che serve. A poco a poco entra nel mistero del rapporto unico di Gesù con il Dio d’Israele, costatando che Gesù si rivolge a Dio in modo familiare come a suo Padre, proprio come un bambino si rivolge al proprio padre, e che trascorre lunghe ore in preghiera, specialmente durante la notte, in luoghi deserti e da solo.

Queste esperienze straordinarie e privilegiate preparano Pietro al momento decisivo in cui Gesù, a Cesarea di Filippo, chiede ai discepoli: «Chi dice la gente che io sia?» (Mc 8,27). Vengono date varie risposte: Giovanni Battista, Elia o uno dei profeti. Ma a Gesù non basta la risposta del sentito dire. Pertanto, da chi ha accettato di coinvolgersi personalmente con Lui vuole una presa di posizione personale: «E voi chi dite che io sia?» (Mc 8,29). Pietro risponde: «Tu sei il Cristo», cioè il Messia (Mc 8,29). Questa risposta, ispirata da Dio, «porta in sé come in germe la futura confessione di fede della Chiesa» (Benedetto XVI, Udienza generale, 17 maggio 2006).

La risposta di Pietro rappresenta un momento importante del suo progresso spirituale, ma deve ancora capire il profondo contenuto del messaggio di Gesù. In linea con le aspettative messianiche dell’epoca, Pietro avrebbe concepito il Messia come un liberatore in termini politici e militari. Non sorprende quindi che egli sia scandalizzato e protesti quando Gesù annuncia la sua passione e morte violenta. «Pietro vuole un Messia “uomo divino”, che compia le attese della gente imponendo a tutti la sua potenza: è anche il desiderio nostro che il Signore imponga la sua potenza e trasformi subito il mondo; Gesù si presenta come il “Dio umano”, il servo di Dio, che sconvolge le aspettative della folla prendendo un cammino di umiltà e di sofferenza. È la grande alternativa, che anche noi dobbiamo sempre imparare di nuovo: privilegiare le proprie attese respingendo Gesù o accogliere Gesù nella verità della sua missione e accantonare le attese troppo umane» (Benedetto XVI, Udienza generale, 17 maggio 2006). Di fronte alle rimostranze di Pietro, Gesù smonta le sue false aspettative e lo richiama alla conversione e alla sequela: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (Mc 8,33).

Pietro è chiamato a compiere un altro significativo passo avanti nella sua comprensione di Gesù e della sua missione. Deve imparare la logica della croce come condizione del vero discepolato: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà» (Mc 8,34-35). Come spiega Benedetto XVI, «È la legge esigente della sequela: bisogna saper rinunciare, se necessario, al mondo intero per salvare i veri valori, per salvare l’anima, per salvare la presenza di Dio nel mondo […]. Anche se con fatica, Pietro accoglie l’invito e prosegue il suo cammino sulle orme del Maestro» (Udienza generale, 17 maggio 2006). Così Pietro impara che Dio non trasforma il mondo secondo le nostre idee ma sceglie «la via della trasformazione dei cuori nella sofferenza e nell’umiltà» (ibid.). Anche noi siamo chiamati a fidarci del Signore che conosce la strada; come Pietro dobbiamo avere il coraggio e l’umiltà di seguire Colui che è la Via, la Verità e la Vita (cfr. Gv 14,6).

Il cammino di discepolato di Pietro continua. Dopo il primo annuncio della sua passione, Gesù lo conduce insieme ad altri due discepoli, Giacomo e Giovanni, sul monte, dove rivela la sua gloria divina nell’evento della Trasfigurazione. Gesù vuole che la luce della sua gloria, splendore di Verità e di Amore, «possa illuminare i loro cuori quando attraverseranno il buio fitto della sua passione e morte, quando lo scandalo della croce sarà per loro insopportabile. Dio è luce, e Gesù vuole donare ai suoi amici più intimi l’esperienza di questa luce, che dimora in Lui. Così, dopo questo avvenimento, Egli sarà in loro luce interiore, capace di proteggerli dagli assalti delle tenebre. Anche nella notte più oscura, Gesù è la lampada che non si spegne mai» (Benedetto XVI, Angelus, 4 marzo 2012).

Nonostante la sua crescita nella fede, Pietro non è immune dai rischi che derivano dalla debolezza umana. Pur avendo seguito Gesù fedelmente, viene il momento in cui anche lui cede alla paura e cade. Come Gesù aveva profetizzato, lo tradì, negando di averlo conosciuto (cfr. Mc 14,66-72). Questo triste episodio ci insegna che «la scuola della fede non è una marcia trionfale, ma un cammino cosparso di sofferenza e di amore, di prove e di fedeltà da rinnovare ogni giorno. Pietro, che aveva promesso fedeltà assoluta, conosce l’amarezza e l’umiliazione del rinnegamento: lo spavaldo apprende a sue spese l’umiltà. Anche Pietro deve imparare a essere debole e bisognoso di perdono. Quando finalmente gli cade la maschera e capisce la verità del suo cuore debole di peccatore credente, scoppia in un liberatorio pianto di pentimento. Dopo questo pianto egli è ormai pronto per la sua missione» (Benedetto XVI, Udienza generale, 24 maggio 2012).

Pietro è uno dei testimoni privilegiati della risurrezione di Gesù. Quando i discepoli di Emmaus, tornati a Gerusalemme, raccontarono il loro incontro con il Risorto, gli altri discepoli lì riuniti dissero loro: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone» (Lc 24,34-35). Da parte sua, San Paolo riconosce il primato di Pietro tra coloro ai quali apparve il Signore risorto: «A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (1 Cor 13,3-5).

L’evangelista Giovanni racconta come Gesù risorto ha affidato a Pietro la sua missione. Alla triplice domanda di Gesù: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?», Pietro, consapevole dei suoi limiti e delle sue mancanze, afferma il suo amore: «Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene». Gesù accoglie il povero amore di cui Pietro è capace e gli affida una nuova missione: «Pasci le mie pecore». Gli chiede, pertanto, di assumere il compito di guidare e nutrire la comunità ecclesiale. Poi, dopo aver indicato con quale morte Pietro avrebbe glorificato Dio, Gesù lo invita nuovamente ad intraprendere il cammino del discepolato: «Seguimi!» (cfr. Gv 21,15-19).

Da quel giorno, Pietro ha seguito fedelmente il Maestro, fino alla morte violenta a Roma durante le persecuzioni neroniane. Era consapevole della propria fragilità, ma non ne era scoraggiato, perché sapeva di poter sempre contare sulla potente presenza del Risorto. «Dagli ingenui entusiasmi dell’adesione iniziale, passando attraverso l’esperienza dolorosa del rinnegamento e il pianto della conversione, Pietro è giunto ad affidarsi a quel Gesù che si è adattato alla sua povera capacità d’amore. E mostra così anche a noi la via, nonostante tutta la nostra debolezza. Sappiamo che Gesù si adegua a questa nostra debolezza. Noi lo seguiamo, con la nostra povera capacità di amore e sappiamo che Gesù è buono e ci accetta. È stato per Pietro un lungo cammino che lo ha reso un testimone affidabile, “pietra” della Chiesa, perché costantemente aperto all’azione dello Spirito di Gesù» (Benedetto XVI, Udienza generale, 24 maggio 2006).

In conclusione, come evidenzia il biblista Michele Mazzeo, «Pietro è persona che affascina e sconcerta, per la sua umanità irruenta, per i suoi slanci e per le sue debolezze. Egli è stato subito attratto da Gesù, ma anche Gesù è stato subito attratto da Pietro, lo ha scelto, stabilendo con lui un rapporto unico. Pietro è l’uomo su cui Gesù ha riposto tutta la sua fiducia […]. Anche quando lo rimprovera, lo corregge, mai il Maestro revoca o attenua la predilezione e le ricche promesse a lui affidate. Occorre lasciarsi «toccare» dal Pietro trasmesso dai testi come una persona vivente, così come è accaduto a quanti l’hanno conosciuto e sentito parlare di Gesù (At 2,37-38)» (Pietro. Roccia della Chiesa, Milano: Edizioni Paoline, 2004, p. 434).

Mons. Joseph Murpy

Immagine di Redazione

Redazione

Articoli Correlati

Torna in alto