Incontro 1/2026 Intelligenza Artificiale e intelligenza umana: il lavoro tra antiqua et nova

Nell’ampio dibattito attorno alle sfide poste dalla diffusione dell’intelligenza artificiale nei più disparati ambiti della contemporaneità, un prezioso contributo alla riflessione sistematica è apportato dalla nota sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana Antiqua et Nova (AN), elaborata nel gennaio 2025 dai Dicasteri per la Dottrina della Fede e per la Cultura e l’Educazione.

Un documento questo che propone un’analisi rigorosa dei pro e dei contra dell’intelligenza artificiale, opportunamente contestualizzata nell’ambito di un dirompente “cambiamento d’epoca” e inquadrata nella sua natura trasversale di fenomeno multidimensionale, che produce impatti senza precedenti su una pluralità di relazioni umane, sociali, economiche, etc.

Sin dal suo incipit, la nota pone in luce un punto chiave: «con antica e nuova sapienza siamo chiamati a considerare le odierne sfide e opportunità poste dal sapere scientifico e tecnologico, in particolare dal recente sviluppo dell’intelligenza artificiale (IA)» (AN, 1; cfr. Mt. 13,52). E proprio a partire dall’affermazione di tale necessità di leggere criticamente e interpretare con discernimento la complessità che caratterizza il fenomeno della digitalizzazione, Antiqua et Nova «affronta le questioni antropologiche ed etiche sollevate dall’IA, questioni che sono particolarmente rilevanti in quanto uno degli scopi di questa tecnologia è di imitare l’intelligenza umana che l’ha progettata» (AN, 3).

Del resto, proprio nella relazione per così dire “imitativa” dell’intelligenza artificiale rispetto all’intelligenza umana risiede uno degli aspetti di maggiore interesse e maggiore problematicità del fenomeno in questione: per mezzo dell’elaborazione di enormi quantità di dati (i cosiddetti big data), gli algoritmi “generativi” sono capaci di “apprendere” (machine learning e deep learning) e di generare, in tempo reale e autonomamente, prescindendo cioè dall’intervento umano, contenuti (testi, immagini, solo per fare alcuni esempi), difficilmente identificabili come prodotto dell’intelligenza artificiale.

In questo senso, specialmente illuminanti sono le parole che il Santo Padre Leone XIV ha pronunciato in occasione della LX Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, il 24 gennaio 2026: «Negli ultimi anni i sistemi di intelligenza artificiale stanno assumendo sempre di più anche il controllo della produzione di testi, musica e video. Gran parte dell’industria creativa umana rischia così di essere smantellata e sostituita con l’etichetta “Powered by AI”, trasformando le persone in meri consumatori passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità, senza amore. Mentre i capolavori del genio umano nel campo di musica, arte e letteratura vengono ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine».

E ancora: «simulando voci e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia, i sistemi conosciuti come intelligenza artificiale non solo interferiscono negli ecosistemi informativi, ma invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane» (ibid.).

Al riguardo, un esempio eloquente di tale peculiare “indistinguibilità” può rintracciarsi nella tecnica nota come deep fake, mediante la quale è possibile generare contenuti multimediali falsi, in quanto elaborati con intelligenza artificiale, ma estremamente realistici e, quindi, di difficile riconoscibilità come artificiali.

È questa una delle manifestazioni forse più evidenti di quel cambiamento di cui parla il filosofo Byung-Chul Han, quando afferma che «la digitalizzazione del mondo in cui viviamo avanza inesorabilmente. Sottopone la nostra percezione, il nostro rapporto con il mondo e la nostra convivenza ad un cambiamento radicale. Ci sentiamo storditi dalla frenesia comunicativa e informativa» (traduzione di B. Han, Infocracia. La digitalización y la crisis de la democracia, Taurus, 2025, 25).

E di fronte a un cambiamento così dirompente, la nota Antiqua et Nova pone in luce come dalla difficoltà di distinguere tra ciò che è prodotto generato da intelligenza artificiale e ciò che, invece, è creato da intelligenza umana, deriva e scaturisce una generale «preoccupazione per il suo possibile influsso sulla crescente crisi di verità nel dibattito pubblico. Oltre a ciò, essendo una tale tecnologia progettata per imparare e adottare in autonomia alcune scelte, adeguandosi a nuove situazioni e fornendo soluzioni non previste dai suoi programmatori, ne derivano problemi sostanziali di responsabilità etica e di sicurezza, con ripercussioni più ampie su tutta la società. Questa nuova situazione induce l’umanità a interrogarsi circa la propria identità e il proprio ruolo nel mondo» (AN, 3).

Ebbene, proprio in tale quesito esistenziale risiede, in un certo senso, l’essenza stessa di quella «nuova e significativa fase nel rapporto dell’umanità con la tecnologia» aperta dall’avvento dell’intelligenza artificiale generativa: proprio in tale nuova fase Antiqua et Nova apporta un contributo essenziale alla considerazione critica delle implicazioni antropologiche ed etiche di un fenomeno senza precedenti: «impegnata in un ruolo attivo all’interno del dibattito generale su questi temi, esorta quanti hanno l’incarico di trasmettere la fede (genitori, insegnanti, pastori e vescovi) a dedicarsi con cura e attenzione a tale urgente questione. Sebbene sia rivolto specialmente a costoro, il presente documento è pensato anche per essere accessibile a un pubblico più ampio, vale a dire a coloro i quali condividono l’esigenza di uno sviluppo scientifico e tecnologico che sia diretto al servizio della persona e del bene comune» (AN, 5).

Ragioni di sintesi del presente articolo non consentono di approfondire integralmente i contenuti della nota che, strutturata in sei parti, dopo un insieme di riflessioni introduttive, si interroga attorno a cosa sia l’intelligenza artificiale (capitolo II), nonché all’approfondimento sistematico del tema “L’intelligenza nella tradizione filosofica e teologica” (capitolo III, che affronta temi chiave come: la razionalità, l’incarnazione, la relazionalità, la relazione con la Verità, la custodia del mondo, una comprensione integrale dell’intelligenza umana e i limiti dell’IA), alla considerazione critica del «ruolo dell’etica nel guidare lo sviluppo e l’uso dell’IA» (capitolo IV), per poi proiettare la riflessione su una serie di questioni specifiche (tra le altre, si pensi  a “IA, privacy e controllo”, “IA ed educazione”, “IA e sanità”), seguite, infine, da una riflessione finale attorno a la “vera sapienza”.

Ebbene, tra i profili specifici su cui si sofferma la nota, merita di essere segnalato, in particolare, quello dedicato al rapporto tra “IA, economia e lavoro”, quest’ultimo considerato alla luce delle opportunità e dei rischi dell’implementazione di sistemi algoritmici in ambito produttivo.

L’intelligenza artificiale è già oggi, spesso, coprotagonista di diversi processi decisionali chiave in ambito lavorativo: si pensi, alla selezione del personale, alle scelte in materia di promozione, di assegnazione/modificazione di mansioni, orario, etc., o di cessazione del rapporto di lavoro.

E invero, riguardo all’impatto trasformativo prodotto dall’utilizzo di sistemi algoritmici di ultima generazione sulle dinamiche di funzionamento del mondo del lavoro, nota è la dialettica tra soppressione di posti di lavoro sostituiti dall’intelligenza artificiale e creazione di altri posti di lavoro, al contrario impulsati dalla digitalizzazione.

Specialmente rilevante è anche un altro profilo del complesso fenomeno in parola, rappresentato da quello che potrebbe definirsi come il possibile (e frequente) disallineamento tra tempi umani e tempi digitali, con importanti (e spesso gravi) conseguenze, in primis, sulla salute della persona che lavora.

E invero, «mentre l’IA promette di dare impulso alla produttività facendosi carico delle mansioni ordinarie, i lavoratori sono spesso costretti ad adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine, piuttosto che siano queste ultime a essere progettate per aiutare chi lavora. (…) gli attuali approcci alla tecnologia possono paradossalmente dequalificare i lavoratori, sottoporli a una sorveglianza automatizzata e relegarli a funzioni rigide e ripetitive. La necessità di stare al passo con il ritmo della tecnologia può erodere il senso della propria capacità di agire da parte dei lavoratori e soffocare le capacità innovative che questi sono chiamati a profondere nel loro lavoro» (AN, 67).

Ebbene, un punto cruciale della riflessione attorno allo sviluppo dell’intelligenza artificiale risiede, dunque, nella dimensione etica e valoriale del paradigma secondo il quale si concepisce la tecnologia digitale in generale e l’intelligenza artificiale in particolare: come si legge nella nota Antiqua et Nova, infatti, «man mano che l’IA diventa più potente, c’è anche il pericolo associato che il lavoro perda il suo valore nel sistema economico. Questa è la conseguenza logica del paradigma tecnocratico: il mondo di un’umanità asservita all’efficienza, nel quale, in ultima analisi, il costo di tale umanità deve essere tagliato. Invece, le vite umane sono preziose in se stesse, al di là del loro rendimento economico» (AN, 68).

Dunque, se è vero, come è vero, che il lavoro umano non può ridursi a mero strumento al servizio del profitto, è altrettanto vero che si avverte la necessità di concepire anche l’utilizzo dell’intelligenza artificiale secondo una logica di strumentalità eticamente orientata rispetto alle necessità -non solo materiali, bensì anche intellettuali, morali, spirituali e religiose- della persona (AN, 69).

Sul punto, tornano alla mente le chiare parole di San Giovanni Paolo II che, nella Lettera Enciclica Laborem Exercens (LE), riconosceva che «per quanto sia una verità che l’uomo è destinato ed è chiamato al lavoro, però prima di tutto il lavoro è “per l’uomo”, e non l’uomo “per il lavoro”» (LE, 6; si veda sul punto anche la Lettera Enciclica di Papa Francesco Fratelli tutti, in specie n. 162).

Coerentemente con ciò, la nota evidenzia che «l’IA dovrebbe assistere e non sostituire il giudizio umano, così come non dovrebbe mai degradare la creatività o ridurre i lavoratori a meri “ingranaggi di una macchina”» (AN, 70).

In questo senso, l’armonico alternarsi tra tempo di lavoro e tempo di riposo (CDSC, 286) conosce oggi sfide nuove derivanti dall’innegabile processo di accelerazione e intensificazione del lavoro digitalizzato, che si declina molto spesso secondo paradigmi multitasking sorretti dalla collaborazione persona-algoritmo: realtà queste che richiedono di essere attentamente valutate e prudentemente studiate, tenendo in considerazione le ricadute psicosociali  prodotte in termini, ad esempio, di burnout (S. Bini, Intensificación del trabajo digitalizado y riesgos laborales psicosociales: tempus fugit, in Net21, 2025, 27).

In definitiva, come richiama Papa Leone XIV, «la sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica. (…) Accogliere con coraggio, determinazione e discernimento le opportunità offerte dalla tecnologia digitale e dall’intelligenza artificiale non vuol dire nascondere a noi stessi i punti critici, le opacità, i rischi» (Messaggio pronunciato in occasione della LX Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 24 gennaio 2026).

Stefano Bini

 

 

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