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Perché un libro con i santini? Perché quelle figure sacre, dipinte su semplici foglietti di carta, sono da sempre così care alla devozione popolare? Perché quelle immagini colpiscono così tanto la nostra sensibilità, penetrando all’interno di quella dimensione invisibile e spirituale che soltanto la preghiera ci permette di raggiungere? Oggi, purtroppo, si è un po’ persa l’abitudine di pregare. Bisogna riscoprirla e, soprattutto, bisogna insegnare a pregare. L’Associazione, che vive nella casa del Papa, non poteva disinteressarsi e restare insensibile a questa esortazione. p31Ecco, allora, il volume “Preghiere illustrate” dei Soci Francesco e Reginaldo Lucioli, recentemente pubblicato per i tipi della Libreria Editrice Vaticana, che assume il ruolo di “modesto” (secondo la specifica degli autori) contributo per far riflettere, per meditare e per far scoprire la forza della preghiera semplice e spontanea; si tratta di una ampia raccolta di immaginette, di quelle stesse immaginette che la domenica di solito vengono distribuite ai Soci in occasione della celebrazione della Santa Messa in Cappella. Come scrive il Cardinale Angelo Comastri nella sua prefazione, questo libro è uno strumento per tornare alla semplicità, ai nostri primi anni di vita, a quell’Ave Maria e a quel Padre Nostro che le nostre mamme e le nostre nonne ci insegnavano con tanta semplicità. Sfogliare il volume e osservare le immaginette, può aiutarci a trovare risposte ai nostri dubbi, consigli, suggerimenti; un’azione che può trasformarsi anche in una guida e in un compagno nella preghiera; nella preghiera silenziosa, personale, intima, appartata, ma non certo solitaria, perché chi prega non è mai solo o abbandonato. Perché, come osserva San Giovanni Bosco (testo pubblicato anche nella quarta pagina di copertina del volume): “Pregare vuol dire innalzare la propria mente e il proprio cuore a Dio. Vuol dire parlare con Lui con il nostro pensiero o con le nostre parole. Perciò ogni pensiero a Dio, ogni sguardo, ogni parola rivolta con affetto a Lui è pregare. … Chi guarda un’immagine del Crocifisso,p34 e col pensiero vede Gesù sul Calvario che soffre e dà la vita per noi, e silenziosamente gli dice ‘Grazie’, costui prega”. Il santino di oggi si è “adattato” ai tempi attuali e ha introdotto immagini più reali rispetto a quelle più astratte o ideali di un tempo. Oggi, il santino invita alla preghiera e illustra la fede con immagini più concrete e più vicine alla nostra quotidianità. Ovviamente, l’immaginetta non sostituisce la preghiera, ma la integra e la completa, perché, come osserva Ottavia Niccoli (“Vedere con gli occhi del cuore. Alle origini del potere delle immagini”, Roma-Bari, 2011), “l’immagine rende presente la figura sacra” attribuendole una fisionomia più precisa e una maggiore familiarità. Con il santino, la preghiera passa attraverso l’immagine che parla al cuore più in fretta rispetto alle parole o al testo della stessa preghiera. In questo modo, l’immagine reale si fa immagine mentale e agevola il cammino verso il soprannaturale. Guardando un’immagine e leggendo la preghiera che è scritta sul retro entriamo in contatto con una spiritualità più vicina a noi, più concreta, è più umana, ma non per questo meno sacra. L’invisibile si fa così visibile e l’immagine riacquista il suo valore, tornando a consolare e rassicurare l’animo e a stimolare la preghiera. Un nuovo modello di preghiera, in conclusione, adatto ad un mondo in continua evoluzione, ma non per questo meno bisognoso di ritrovare i valori e le radici della sua fede; un invito, insomma, che, anche attraverso la lettura del libro di Francesco e Reginaldo Lucioli, regala e propone tanti nuovi stimoli per pregare.

LA SCOMPARSA DEL CARDINALE GIOVANNI COPPA

“Uno stimato uomo di Chiesa che visse con fedeltà il suo lungo e fecondo sacerdozio ed episcopato a servizio del Vangelo e della Santa Sede”

Lo scorso 16 maggio, a seguito di un improvviso peggioramento delle sue condizioni di salute, è spirato il Cardinale Coppa Giovanni. L’anziano porporato era nato ad Alba (in provincia di Cuneo) il 9 novembre 1925 e sempre ad Alba, il 2 gennaio 1949, aveva ricevuto l’ordinazione sacerdotale. Nel febbraio 1954, dopo aver compiuto i suoi studi all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, conseguì la laurea in lettere moderne e filosofia.

Il 1° maggio 1952, venne chiamato a prestare servizio nell’allora Cancelleria Apostolica e il successivo 1° gennaio 1958 iniziò a svolgere la sua missione nella Segreteria di Stato, collaborando, come latinista, ai lavori del Concilio Ecumenico Vaticano II e raggiungendo, nel 1968, il livello di Capo Ufficio.
Il 1° novembre 1975, fu nominato Assessore alla Segreteria di Stato. Quattro anni dopo, il 1° dicembre 1979, fu eletto Arcivescovo titolare di Serta (ricevendo l’ordinazione episcopale, il successivo 6 gennaio 1980, dalle mani di San Giovanni Paolo II) ed eletto Delegato per le Rappresentanze Pontificie.f42
Il 29 giugno 1990, fu nominato Nunzio Apostolico a Praga, nell’allora Repubblica Federativa Ceca e Slovacca, impegnandosi non poco nella ricostituzione dei rapporti diplomatici che erano stati interrotti nel 1950 e nella rinascita della Chiesa cattolica dopo la lunga persecuzione ateista. In Slovacchia mantenne l’incarico fino al 2 marzo 1994 e nella Repubblica Ceca fino al 2001.
Nel 1965, fu nominato canonico onorario della Basilica vaticana, mentre nel 2001, al termine del suo servizio diplomatico, ne è stato nominato canonico; il 29 ottobre di quello stesso anno divenne anche consultore della Segreteria di Stato. Inoltre, dal 3 aprile 2002 al 9 dicembre 2005, fu membro della Congregazione delle Cause dei Santi.
Infine, nel Concistoro del 24 novembre 2007, Benedetto XVI lo creò Cardinale Diacono di San Lino. Fu autore di numerose e importanti pubblicazioni, in particolare sul Concilio Vaticano II e su Sant’Ambrogio di cui fu un appassionato cultore. Pubblicò, inoltre, numerosi articoli, anche su riviste pastorali della Repubblica Ceca e di quella Slovacca, offrendo così un significativo contributo spirituale e culturale alla rinascita della locale comunità ecclesiale e civile.
Il Santo Padre Francesco ha voluto esprimere il suo dolore indirizzando al Cardinale Angelo Sodano, Decano del Collegio Cardinalizio, il seguente telegramma di cordoglio:
AL SIGNOR CARDINALE ANGELO SODANO
DECANO DEL COLLEGIO CARDINALIZIO
CITTA’ DEL VATICANO

LA SCOMPARSA DEL CARO CARDINALE GIOVANNI COPPA, ORIUNDO DELLA DIOCESI DI ALBA, SUSCITA NEL MIO ANIMO PROFONDA COMMOZIONE E SINCERA AMMIRAZIONE PER UNO STIMATO UOMO DI CHIESA CHE VISSE CON FEDELTA’ IL SUO LUNGO E FECONDO SACERDOZIO ED EPISCOPATO A SERVIZIO DEL VANGELO E DELLA SANTA SEDE. RICORDO CON GRATITUDINE LA SUA GENEROSA E COMPETENTE OPERA QUALE SOLERTE COLLABORATORE DI SEI PAPI MIEI PREDECESSORI, CHE GLI AFFIDARONO DELICATI E IMPORTANTI UFFICI. CHIAMATO DAPPRIMA ALLA CANCELLERIA APOSTOLICA, SVOLSE POI LA SUA MISSIONE IN SEGRETERIA DI STATO, COOPERANDO ALTRESI’, IN QUALITA’ DI LATINISTA, AI LAVORI DEL CONCILIO VATICANO SECONDO. COME ASSESSORE DELLA SEGRETERIA DI STATO E DELEGATO PER LE RAPPRESENTANZE PONTIFICIE HA TESTIMONIATO SAGGEZZA PASTORALE E PREMUROSA ATTENZIONE ALLE NECESSITA’ DEGLI ALTRI, ANDANDO INCONTRO A TUTTI CON BONTA’ E MANSUETUDINE. DESTINATO QUALE RAPPRESENTANTE PONTIFICIO ALLA NUNZIATURA APOSTOLICA A PRAGA, DIEDE TESTIMONIANZA DI UN IMPEGNO PARTICOLARMENTE INTENSO E FRUTTUOSO PER IL BENE SPIRITUALE DI QUELLA NAZIONE. INNALZO FERVIDE PREGHIERE DI SUFFRAGIO PERCHE’, PER INTERCESSIONE DELLA VERGINE MARIA E DI SANT’AMBROGIO, DI CUI FU INSIGNE STUDIOSO, IL SIGNORE ACCOLGA IL COMPIANTO PORPORATO NEL GAUDIO E NELLA PACE ETERNA, ED INVIO LA BENEDIZIONE APOSTOLICA A LEI E A QUANTI CONDIVIDONO IL DOLORE PER LA DIPARTITA DI COSI’ ZELANTE PASTORE.

FRANCISCUS PP.

L’attività pastorale del Cardinale Giovanni Coppa, che come è noto fu il primo Assistente Spirituale dell’Associazione, fu molto impegnativa. Svolse i lsuo ministero, tra l’altro, come cappellano delle suore francescane dell’Atonement, nella chiesa romana di Maria Immacolata a Monte del Gallo, dal 1952 al 1980 e, saltuariamente, anche oltre, fino al 1990. Fin dai primi anni della sua missione al servizio della Santa Sede, il suo impegno in seno alla Guardia Palatina d’Onore fu molto intenso. Infatti, appena giunto nell’Urbe, il responsabile del suo nuovo incarico, mons. Amleto Tondini, che all’epoca era anche Cappellano della Guardia, lo invitò a scrivere articoli per il periodico “Vita Palatina”; nel 1957, il 17 novembre, entrando a far parte della Guardia, vi svolse diversi compiti: incaricato della catechesi alle “Reclute”, gli Aspiranti Guardie, responsabile della Conferenza San Vincenzo, officiante della Santa Messa che, in simultanea con quella officiata in cappella dal Cappellano, veniva celebrata anche nel salone adiacente.
Nel 1958, con il grado di Maggiore, venne chiamato a ricoprire la funzione di Vice-Cappellano; funzione che mantenne fino allo scioglimento del Corpo, per poi aderire alla nuova Associazione e ricoprirne, come già detto, la funzione di primo Assistente Spirituale. Il profondo e duraturo legame del Cardinale Giovanni Coppa, con la Guardia Palatina d’Onore prima e con l’Associazione poi, è andato sempre ben oltre lo svolgimento dei compiti di guida spirituale; un legame cresciuto nel corso degli anni, caratterizzato da tante amicizie e che l’allora Mons. Giovanni Coppa ha saputo sempre coltivare e far crescere. Anche dopo aver lasciato l’incarico di Assistente Spirituale, tante sono state le occasioni per incontrarlo in sede e vederlo partecipare alle iniziative sociali; come non ricordare, ad esempio, la sua pressoché costante presenza all’omaggio floreale al simulacro dell’Immacolata Concezione ai Giardini Vaticani.
Giulio Salomone

LA SCIENZA BIOMEDICA AL SERVIZIO DELLA DIGNITA’ UMANA

San Giovanni Paolo II divenne pontefice nell’Ottobre del 1978. Tre mesi prima, nasceva Louise Brown, la prima bambina “creata” in provetta grazie alla fecondazione artificiale. La capacità di unire i codici genetici dei due genitori in una provetta rappresentò l’inizio di un periodo di grandi avanzamenti tecnologici, soprattutto nel campo della genetica e della medicina. Questi avanzamenti sono il frutto del duro lavoro di scienziati di tutto il mondo e dimostrano come l’uomo stia progressivamente imparando a “dominare la terra” (Gen 1,28), intervenendo sull’essere umano a livello cellulare e molecolare. Ingegneria genetica, clonaggio, cellule staminali, e ricerca sono alcuni esempi di nuove tecnologie che offrono importanti opportunità per guarire terribili malattie o, semplicemente, per migliorare la qualità della vita umana. È proprio l’incredibile potenzialità delle nuove scoperte a far scaturire profonde discussioni su futuri usi e abusi della scienza biomedica. Per questo motivo, l’utilizzo di queste tecnologie richiede serie discussioni sulla legittimità dei mezzi tecnologici utilizzati per raggiungere il fine. Come scrisse Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica Redemptor Hominis (1979), l’uomo teme che i suoi prodotti “che contengono una speciale porzione della sua genialità e della sua iniziativa […] possano diventare mezzi di una inimmaginabile autodistruzione, di fronte alla quale i cataclismi e le catastrofi della storia sembrano impallidire”. Il credente si trova al centro della discussione e deve scegliere se le innovazioni biomediche siano moralmente lecite in un’ottica cattolica.
Un chiaro esempio di questo dubbio è rappresentato dagli ultimi successi di terapia genica, una forma di terapia che permette la correzione di un difetto genetico o, in alcuni casi, di malattie non ereditarie, come il cancro. Un gruppo di ricerca del centro Telethon ha curato bambini affetti da leucodistrofia metacromatica, una grave malattia ereditaria causata dalla mancanza di un gene (una porzione del DNA che contiene le istruzioni per costruire una proteina). Il gruppo ha creato un vettore virale, una versione inoffensiva del virus dell’immunodeficienza umana (human immunodeficiency virus, HIV), per portare il genemancante nelle cellule staminali ematopoietiche isolate dal bambino. Le cellule staminali, ora “corrette” dalla loro deficienza, sono state poi somministrate al bambino e hanno ripopolato più dell’ 80% delle cellule del sangue, prevenendo la comparsa dei sintomi della malattia (Biffi et al. 2013, Science). La capacità di utilizzare cellule staminali o di riscrivere il codice genetico suscita allo stesso tempo speranza e diffidenza: possiamo curare gravissime malattie ereditarie ma possiamo anche modificare il nostro patrimonio genetico, effettivamente cambiando la nostra natura. Ad esempio, i vettori virali derivati da HIV hanno la possibilità di modificare casualmente il codice genetico della cellula corretta, causando modifiche genetiche inaspettate o, nel caso peggiore, il cancro. L’idea che le cellule modificate siano staminali suscita anche maggior scetticismo. Modificare il DNA di una cellula staminale significa trasmettere la stessa modifica a tutte le cellule “figlie”, che ripopoleranno gli organi e i tessuti del nostro corpo. È proprio il nostro corpo che ci permette di manifestare la nostra persona ed esprimere le nostre scelte morali. Riprendendo le parole di San Giovanni Paolo II, “ogni persona umana, nella sua singolarità irrepetibile, non è costituita soltanto dallo spirito ma anche dal corpo, così nel corpo e attraverso il corpo viene raggiunta la persona stessa nella sua realtà concreta” (Discorso al termine della XXXV Assemblea Generale dell’Associazione Medica Mondiale, 29 ottobre 1983).
Gli avanzamenti delle scienze biomediche sono rapidi ed inevitabili. Le discussioni sulle potenziali conseguenze del progresso interessano soprattutto i fedeli, per i quali è necessario che la scienza rispetti i principi fondamentali della morale cattolica. Purtroppo, la necessità di una discussione morale viene spesso oscurata dall’entusiasmo dell’opinione pubblica e dalla disinformazione trasmessa dai mezzi di comunicazione. Inoltre, interessi politici potrebbero spingere la commercializzazione di tecniche sperimentali (un trattamento dell’unica forma commerciale di terapia genica costa un milione di euro).
In questa situazione di confusione, la Chiesa sta attivamente coinvolgendo esperti di medicina e biologia per fornire ai fedeli un’opinione corretta sugli aspetti etici delle recenti scoperte scientifiche. Questo lavoro è incominciato con San Giovanni Paolo II, che, con grande lungimiranza, percepì la necessità di guidare la comunità in questo periodo di cambiamento. Nell’enciclica Redemptor Hominis, Papa Wojtyła chiaramente indica come i principi etici debbano guidare le nostre scelte nel progresso scientifico: il senso essenziale del “dominio” dell’uomo sul mondo visibile “consiste nella priorità dell’etica sulla tecnica, nel primato della persona sulle cose, nella superiorità dello spirito sulla materia”. Negli anni successivi, il Papa affronta con maggior dettaglio la discussione sui progressi medici, soprattutto nel campo della genetica. In una serie di interventi rivolti alla comunità medica, il Papa esprime la preoccupazione che interventi sul DNA di un individuo possano essere mirati a cambiare arbitrariamente il corredo genetico di certi individui, istigando una vera e propria discriminazione genetica. Esprime però anche speranza: con l’utilizzo della chirurgia genetica, “il medico interviene non per modificare la natura ma per aiutarla a svilupparsi secondo la sua essenza, quella della creazione, quella voluta da Dio” (Discorso al termine della XXXV Assemblea Generale dell’Associazione Medica Mondiale). Nel 1987, San Giovanni Paolo II approva l’Istruzione Donum Vitae, della Congregazione per la Dottrina della Fede, in cui si affrontano specifici pro- blemi medici, con particolare riferimento all’uso di embrioni per risolvere problemi di infertilità. La manipolazione di embrioni è lecita solo per scopi terapeutici, finalizzati alla guarigione o alla sopravvivenza dell’individuo. Le indicazioni sono chiare e, nonostante pongano chiari limiti alla ricerca sugli embrioni, lasciano spazio all’utilizzo delle nuove tecnologie per risolvere problemi di infertilità nel matrimonio. Questi insegnamenti vengono poi confermati nell’Istruzione Dignitas Personae (2008). In questo documento, i principi di Donum Vitae vengono rafforzati ed ampliati alle nuove tecnologie per la manipolazione della vita. La terapia genetica viene esaminata con dettaglio, spiegando in quali situazioni può essere applicata senza attaccare la natura dell’uomo. Nell’esempio del centro Telethon, la terapia genica è accettata, in quanto si basa sulla modificazione di cellule somatiche (non riproduttive) ed è mirata a ripristinare la normale configurazione genetica del paziente.
Con questi documenti, il Magistero della Chiesa non interviene per controllare e sottomettere il progresso scientifico. Il Magistero raccoglie le informazioni tecniche della ricerca e, con l’aiuto di esperti, propone i criteri morali che potranno guidare il cattolico nelle applicazioni dei progressi scientifici.
Questo sistema garantisce che il Magistero possa affrontare complesse discussioni scientifiche “alla luce sia della ragione che della fede”, per offrire una visione corretta e, al tempo stesso, utile per il credente. Le parole di Papa Francesco sono un chiaro esempio di come la Chiesa rispetti i progressi scientifici in modo imparziale. Francesco chiaramente spiega come le mutazioni genetiche siano un prodotto della Natura e siano applicate dall’uomo da svariate generazioni, anche se in forme meno avanzate (come l’incrocio di specie) (Laudato sì, n. 133). Questo non permette però l’uso indiscriminato delle nuove tecnologie. È chiaro che i progressi scientifici continueranno a garantire all’uomo un crescente controllo sul Creato. In questa condizione, siamo chiamati a vedere la scienza come “prezioso servizio al bene integrale della vita e della dignità di ogni essere umano”.

Ludovico Cantuti Castelvetri

 

Quando Papa Bonifacio VIII, con la bolla Antiquorum habet fida relatio, il 20 febbraio del 1300 istituiva il primo anno santo non immaginava certo che a distanza di duecento anni vi sarebbe stata anche una “porta santa”. Infatti, la prima indulgenza giubilare, che era retroattiva a partire dal Natale del 1299, poteva essere lucrata da “coloro che accedono all’onorabile basilica del Principe degli Apostoli dell’Urbe” alle condizioni indicate nella stessa bolla. Alessandro VI fu il primo Papa, nel Natale del 1499, ad aprire la porta santa dell’antica basilica di San Pietro e volle anche la contemporanea apertura delle porte sante delle altre tre basiliche maggiori di Roma. Fu l’ultima porta a destra, detta guidonea, riservata ai pellegrini che venivano introdotti dalle guide all’interno della Basilica di San Pietro, che venne da allora destinata all’uso di “porta santa”. Dal 1500 e fino al 1975, la porta santa delle quattro basiliche romane era chiusa all’esterno da un muro e non da una porta. Al momento dell’apertura non venivano quindi aperte le ante di una porta, ma si abbatteva un muro: il Papa ne abbatteva una parte e i muratori, poi, completavano l’opera di demolizione. Il Papa, già nel Natale del 1499, usò il martello per battere tre colpi contro il muro che chiudeva la porta santa. Inizialmente veniva usato il martello dei muratori e i colpi dati non erano del tutto simbolici. Quasi subito, però, il martello divenne un oggetto artistico e prezioso. Nel 1525 era d’oro e nel 1575 d’argento dorato, con il manico di ebano. Per il rito della chiusura della porta santa, il Papa usava la cazzuola e posava il primo mattone. L’uso è attestato a partire del Natale del 1525. L’ultimo Papa che ne ha fatto uso è stato Pio XII, nel rito di chiusura dell’anno santo del 1950. Nell’ultima variante dell’architetto Carlo Maderno, della nuova basilica di San Pietro, la cui prima pietra era stata posata nel 1506, venne già predisposta l’ultima porta a destra come porta santa. Per gli stipiti di questa porta venne utilizzato un marmo di reimpiego di un monumento romano di età imperiale il marmor chium le cui cave si trovano nell’isola di Chios nel mar Egeo. Da allora questa qualità di marmo prese il nome di marmo portasanta. All’esterno della basilica, la porta santa era chiusa da un muro, mentre all’interno il muro era coperto da una semplice porta di legno. La porta veniva tolta prima dell’abbattimento del muro e rimessa subito dopo in quanto serviva da chiusura notturna quando non erano più consentite le visite dei pellegrini. Nella Basilica di San Pietro, l’ultima porta di legno, inaugurata da Papa Benedetto XIV nel 1748, venne sostituita, il 24 dicembre 1949, da unap0701 porta di bronzo benedetta da Papa Pio XII subito dopo l’apertura della porta santa. Nel Natale del 1975, il rito di chiusura della porta santa venne modificato. Il Papa Paolo VI non usò più la cazzuola e i mattoni per dare inizio alla ricostruzione del muro ma chiuse semplicemente i battenti della porta di bronzo. Nel muro di mattoni che viene comunque costruito dalla parte interna della basilica è inserita una cassetta contenente le monete dell’anno santo concluso, la pergamena che attesta la chiusura della porta e la chiave della porta esterna la cui toppa viene celata da un coperchio di bronzo che si nasconde nelle decorazioni della porta stessa. La cassetta si trova nel muro all’interno della basilica, dietro una formella di marmo scuro con sopra una croce dorata. Questa usanza è in vigore dal 1575. La cassetta viene estratta circa un mese prima della data di apertura della porta.
Questo rito prende il nome di recognitio che quest’anno è stato effettuato nel pomeriggio del 17 novembre. Con la costruzione del muro, nello spessore della parete, si viene a creare uno spazio di circa tre metri nel quale vengono depositati un certo numero di mattoni realizzati appositamente per la fabbrica di San Pietro recanti il bollo e la data del relativo anno santo. Questi mattoni, in numero di circa cinquemila, sono riservati, tramite una preventiva prenotazione, a coloro che hanno collaborato per la buona riuscita del giubileo o donati dalla Fabbrica a eminenti personalità. La porta santa attuale progettata dallo scultore toscano Lodovico Consorti (1902 – 1979) venne eseguita in 11 mesi di lavoro e inaugurata la vigilia di Natale del 1949. Fu donata da Mons. Francesco Von Streng, vescovo di Lugano e Basilea e dai suoi fedeli come omaggio al Papa della pace Pio XII, e come ex voto al Signore per aver preservato la Svizzera dagli orrori della guerra. La porta è in bronzo, larga m.2.14 e alta m 3.65 ed è divisa in 16 formelle, a loro volta separate dagli stemmi dei 36 Papi che hanno celebrato gli Anni Santi. Il tema rappresentato fu dettato dalle parole del Papa Pio XII “Concedimi, o Signore, che questo Anno Santo sia l’anno del gran ritorno e del gran perdono”. Sulle formelle della porta santa è rappresentata la storia della redenzione:
1 – Il Cherubino alla Porta del Paradiso;
2 – La cacciata dal Paradiso, Quod Heva tristis abstulit (ciò che l’infelice Eva tolse);
3 – Maria: L’annunziata, Tu reddis almo germine (Tu restituisci con il Figlio divino);
4 – L’Angelo dell’annunciazione;
5 – Il battesimo di Gesù nel Giordano, Tu venis ad me? (Tu vieni a me?);
6 – La pecorella smarrita, Salvare quod perierat (Salvare ciò che era perduto);
7 – Il padre misericordioso, Pater, peccavi in coelum et coram te (Padre, ho peccato contro il cielo e contro te);
8 – Guarigione del paralitico, Tolle grabatum tuum et ambula (Prendi il tuo letto e cammina);
9 – La Peccatrice perdonata, Rimittuntur ei peccata multa (Le sono rimessi molti peccati);
10 – Il dovere del perdono, Septuagies septies (Settanta volte sette);
11 – Il rinnegamento di Pietro, Conversus Dominus respexit Petrum (Il Signore, voltandosi,
guardò Pietro);
12 – Il Paradiso a un ladro, Hodie mecum eris in paradiso (Oggi sarai con me in paradiso);
13 – L’apparizione a Tommaso, Beati qui crediderunt (Beati quelli che hanno creduto);
14 – L’apparizione del risorto nel cenacolo, Accipite Spiritum Sanctum (Ricevete lo Spirito Santo);
15 – L’apparizione del risorto a Saulo, Sum Jesus, quem tu persequeris (Sono Gesù, che tu perseguiti);
16 – L’apertura della Porta Santa, Sto ad ostium et pulso (Sto alla porta e busso); Pio XII apre la porta santa nel 1950 accompagnato da due cardinali.
Le due iscrizioni latine ai piedi della porta:
A – Pio XII Pontefice Massimo, nell’imminenza dell’anno santo 1950, ordinò a Ludovico Kaas, curatore delle opere del tempio Petriano, di adornare la Basilica Vaticana con i battenti bronzei di questa Porta Santa;
B – Di qui scaturiscano abbondanti le sorgenti della divina grazia, purifichino gli animi di tutti coloro che entrano, li ristorino con una pace divina e li adornino della virtù cristiana. Anno Santo 1950.

Filippo Caponi

Le sale ottagone nella basilica di San Pietro (Filippo Caponi)


Forse non tutti sanno che nello spazio compreso tra le volte delle navate minori e il tetto della basilica di San Pietro si aprono una serie di vasti locali.
Tra questi, i più interessanti, dal punto di vista architettonico, sono quelli che si trovano sulla verticale del nucleo cinquecentesco: sono otto locali a pianta ottagonale (da cui il nome di sale ottagone) sormontati da una cupola realizzata con mattoni a vista, eseguita con una tecnica di costruzione senza centina.
Ciascuna delle otto sale, con i corridoi ed i locali secondari, è situata al di sopra degli archi che separano l’ambulacro (ovvero lo spazio che circonda i quattro pilastri che sorreggono la cupola) dalla navata principale. Ogni sala ha una superfice di circa 110 metri quadrati e si trova a 24 metri di altezza dal pavimento della basilica. La grandezza di ciascuno degli otto locali è la stessa della chiesa che Alessandro VII fece erigere ad Ariccia dal Bernini.f1
Tutti questi ambienti furono progettati da Michelangelo allo scopo di alleggerire le strutture sopra i piloni che sorreggono la cupola e realizzati sotto la direzione di Antonio da Sangallo il Giovane; un disegno conservato alla Galleria degli Uffizi di Firenze lascia supporre anche il coinvolgimento di un altro allievo di Michelangelo: l’architetto Guidetto Guidetti.
Sembra che Michelangelo abbia pensato di utilizzare questi lo- cali come oratori per le arciconfraternite del Santissimo Sacramento e di Sant’Anna dei Palafrenieri, allora annesse alla Basilica, e di altri sodalizi che in avvenire si fossero aggregati. Tali locali sono denominati: ottagono di Sant’Andrea, di Simon Mago, dello Storpio, della Navicella, di San Basilio, di San Girolamo, di San Sebastiano e della Trasfigurazione.
Descriviamo brevemente il contenuto di ciascuno di questi ambienti in cui sono presenti, tra l’altro, molti modelli dei progetti allestiti per la Basilica.
Nelle sale ottagone denominate di Simon Mago e dello Storpio, che si aprono a margine della cupola della Madonna della Colonna, sul lato sud-ovest della basilica, è ospitato l’Archivio Storico Generale della Fabbrica di San Pietro che conserva la memoria storica della costruzione della nuova basilica dai primi anni del 1500 fino ad oggi. La documentazione, organizzata in circa 10.000 unità conservative, ha una estensione di circa 2.000 metri di scaffalatura e contiene carte firmate da Antonio da Sangallo, Michelangelo, Bernini, Vanvitelli e Valadier. Nelle stesse sale si può ammirare anche la ricostruzione del ciborio, del 1471/78, dell’antica basilica; opera forse di Maestro fiorentino vicino ad Antonio Rossellino o Maestro romano vicino a Mino da Fiesole o Paolo Taccone, detto Paolo Romano per il Card. G.B. Mellini. Inoltre, in tali ambienti sono presenti anche dipinti di Ugo da Carpi, Giacomo Zoboli, Francesco Trevisani e Agostino Ciampelli.f2
Nell’ottagono di San Girolamo, al disopra della Cappella Gregoriana, è conservato l’imponente modello della basilica del 1539/46, secondo il progetto di Antonio da Sangallo il Giovane, in scala 1:29, apribile ed accessibile all’interno, e modelli di statue in gesso di Antonio Canova e Bertel Thorvaldsen.
Le sale dei Santi Michele e Petronilla sono invece utilizzate come deposito di materiali legati alle necessità liturgiche della basilica.
Nell’ottagono di San Basilio, anch’esso al disopra della Cappella Gregoriana, è stato ricostruito il monumento funerario di Paolo II Barbo, 1475/77, di Mino da Fiesole e Giovanni Duknovich, detto Giovanni Dalmata. Il citato monumento era originariamente collocato nell’antica basilica e aveva un’altezza di circa 11 metri. Nella stessa sala si trova anche il modello ligneo, in scala 1:15, della cupola michelangiolesca che fu modificato e utilizzato da Luigi Vanvitelli, in occasione del restauro della cupola stessa.
Nelle due sale sopra la Cappella Clementina, dette della Trasfigurazione e della Bugia, sono invece esposti i modelli lignei utilizzati per la costruzione, nel 1715, della sagrestia (tra di essi quello di Filippo Juvarra e quello di Nicola Michetti) e la Pala d’al- tare “la caduta di Simon Mago” di Francesco Vanni, dipinta nel 1603 a olio su lavagna.
Questi ambienti purtroppo non sono aperti al pubblico e per poterli visitare è necessario uno speciale permesso da richiedere alla Fabbrica di San Pietro.

 

La fecondazione artificiale eterologa

Considerazioni su una recente decisione della Corte Costituzionale

La Corte Costituzionale italiana, con la sentenza 162/2014, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme della Legge 40/2004 che vietavano la fecondazione artificiale eterologa. Come è noto, il Magistero della Chiesa evidenzia che la fecondazione artificiale eterologa e la fecondazione artificiale omologa sono moralmente inaccettabili. La fecondazione artificiale eterologa consiste nelle «tecniche volte a ottenere artificialmente un concepimento umano a partire da gameti provenienti almeno da un donatore diverso dagli sposi, che sono uniti in matrimonio», mentre la fecondazione artificiale omologa è la «tecnica volta a ottenere un concepimento umano a partire dai gameti di due sposi uniti in matrimonio» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Donum vitae).

La Congregazione per la Dottrina della Fede nella Istruzione Dignitas personae, parlando della cura dell’infertilità, sostiene che le tecniche mediche devono rispettare tre beni fondamentali:

a) il diritto alla vita e all’integrità fisica di ogni essere umano dal concepimento fino alla morte naturale;

b) l’unità del matrimonio, che comporta il reciproco rispetto del diritto dei coniugi a diventare padre e madre soltanto l’uno attraverso l’altro;

c) i valori specificamente umani della sessualità, che “esigono che la procreazione di una persona umana debba essere perseguita come il frutto dell’atto coniugale specifico dell’amore tra gli sposi”.

Il Magistero della Chiesa sottolinea che esiste un legame inscindibile, «che Dio ha voluto e che l’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo». La fecondazione artificiale eterologa lede l’unità del matrimonio. La procreazione di una nuova persona, con la quale l’uomo e la donna collaborano con la potenza del Creatore, dovrà essere il frutto del matrimonio, della mutua donazione personale degli sposi, del loro amore e della loro fedeltà.

Inoltre, la fecondazione artificiale comporta l’eliminazione di un elevato numero di embrioni umani. A tale proposito la Dignitas personae ricorda il criterio etico fondamentale per valutare tutte le questioni morali che si pongono in relazione agli interventi sull’embrione umano: «Il frutto della generazione umana dal primo momento della sua esistenza, e cioè a partire dal costituirsi dello zigote, esige il rispetto incondizionato che è moralmente dovuto all’essere umano nella sua totalità corporale e spirituale. L’essere umano va rispettato e trattato come una persona fin dal suo concepimento e, pertanto, da quello stesso momento gli si devono riconoscere i diritti della persona, tra i quali anzitutto il diritto inviolabile di ogni essere umano innocente alla vita». Le tecniche che consentono di intervenire sull’essere umano nella sua fase iniziale e nei suoi primi stadi devono essere conformi con i principi della morale cattolica.

La fecondazione artificiale non costituisce una reale terapia per la sterilità di coppia ma rappresenta una tecnica gravemente illecita in quanto l’inizio della vita umana si realizzerebbe con l’intervento di terze persone estranee alla coppia e in un contesto totalmente avulso dall’atto coniugale. La procreazione umana deve essere il frutto del reciproco dono di amore sponsale di un uomo e di una donna, espresso e realizzato nell’atto coniugale, nel rispetto dell’unità inscindibile dei suoi significati unitivo e procreativo. «La procreazione umana richiede una collaborazione responsabile degli sposi con l’amore fecondo di Dio; il dono della vita umana deve realizzarsi nel matrimonio mediante gli atti specifici ed esclusivi degli sposi, secondo le leggi inscritte nelle loro persone e nella loro unione». Il progresso delle scienze biologiche e mediche ha permesso all’uomo di disporre di sempre più efficaci mezzi per la cura delle malattie ma nello stesso tempo l’uomo ha acquisito poteri nuovi dalle gravi conseguenze sulla vita umana nella sua fase iniziale e nei suoi primi stadi. La vita umana è un dono di Dio e impone all’uomo di prendere coscienza del suo inestimabile valore e di assumerne la responsabilità: questo principio fondamentale deve essere posto alla base della riflessione riguardante i problemi morali sollevati dagli interventi sulla vita dell’essere umano.

Daniele Tortoreto

IL RESTAURO DEL CROCIFISSO DELLA BASILICA DI SAN PIETRO

Quando si parla del Crocifisso, si pensa subito al legno della croce. Al riguardo, viene alla mente la Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, nella quale si narra che Adamo, prossimo a morire, mandò il figlio Seth in Paradiso per ottenere l’olio del legno della misericordia con cui ungere il suo corpo e riacquistare la salute. L’Arcangelo Michele, invece, gli diede un ramoscello dell’albero che aveva fatto peccare Adamo ed Eva, per collocarlo nella sua bocca al momento della sepoltura. Il ramo crebbe e l’albero venne poi ritrovato da re Salomone che, durante la costruzione del Tempio di Gerusalemme, ordinò che venisse abbattuto ed utilizzato. Gli operai non riuscirono però a trovargli una collocazione idonea, perché era sempre o troppo lungo o troppo corto. Decisero così di gettarlo su un fiume, perché servisse da passerella. La regina di Saba, trovandosi a passare su tale passerella, riconobbe il legno e profetizzò che su quel legno sarebbe stato sospeso uno per la cui morte avrebbe avuto fine il regno dei giudei. Salomone, informato della profezia, decise di farlo sotterrare. Quando Cristo fu condannato, la vecchia trave venne ritrovata ed utilizzata per la costruzione della Croce. A questo punto la leggenda inizia a confondersi con la storia che porterà poi al ritrovamento della vera Croce.

Quando invece si parla del Crocifisso della Basilica di San Pietro, c1si deve pensare ad un secolare albero di noce, nato e cresciuto nella provincia di Ascoli Piceno, vicino al Santuario della Madonna di Montemisio, donato da un benefattore, che ha avuto il privilegio di essere stato utilizzato per la realizzazione della nuova croce per sostenere il mirabile crocifisso scolpito da Pietro Cavallini (1240-1330) nella prima metà del XIV secolo. La croce originaria era stata rimossa nel 1749, mentre quella nuova fu realizzata nel laboratorio di falegnameria della Fabbrica di San Pietro in base a stampe storiche che ritraggono l’originale.

Il corpo del Cristo, di questo antico manufatto, è intagliato in un unico tronco di noce e la testa è fissata con pioli di corniolo, mentre le braccia si innestano con una tecnica detta «a tenone e mortasa». È alto 2 metri e 15 centimetri, pesa 72 chili e rappresenta Gesù inchiodato alla croce con le pupille attonite ormai fisse e la bocca semiaperta con le labbra tese: è l’attimo della morte, mentre sta per esalare l’ultimo respiro. Certo, osservando quest’opera d’arte prima del restauro, nessuno avrebbe potuto pensare che sarebbe stato restituito al culto dei fedeli; uno stupendo restauro del costo di 60.000 euro durato quindici mesi. Il restauro, sotto la direzione della Fabbrica di San Pietro, è stato reso possibile grazie alla generosità dei Cavalieri di Colombo, che non sono nuovi a tale genere di iniziative, ed attuato principalmente da due esperti restauratori: la professoressa Lorenza D’Alessandro e suo marito, il dottor Giorgio Capriotti. Alla conferenza stampa per la presentazione del restauro, presso la Sala Capitolare della Sagrestia Vaticana, erano presenti, tra gli altri, il Card. Angelo Comastri, Arciprete della Basilica Vaticana, S.E. Mons. Vittorio Lanzani, Delegato della Fabbrica di San Pietro, l’Arch. Enrico Pietro Demajo, Direttore della Fondazione Cavalieri di Colombo, ed il Dott. Pietro Zander, Responsabile della Necropoli e delle antichità classiche.

La professoressa Lorenza D’Alessandro nel suo intervento ha detto che «il nostro lavoro di restauro è stato come un viaggio a ritroso nel tempo».c2 Infatti, nel corso dei secoli, si erano accumulati sul legno originario ben 9 strati di vernice scura sul corpo e 15 strati sul perizoma «perché era la parte più chiara e attaccata dai tarli» ed era impossibile leggere la bellezza e la drammaticità di questa straordinaria opera, tanto è vero che ad un certo punto si pensava che il crocifisso fosse di bronzo. Il restauro ha restituito al 90 per cento la struttura originaria. La restauratrice ha continuato sostenendo che la cosa più importante del restauro è stato «senz’altro il fatto di essere arrivati a recuperare la pellicola pittorica originale, perché di solito in interventi di questo tipo su opere così antiche, ci si ferma prima, proprio perché non si ha la certezza di ritrovare ancora materia così antica. Parallelamente abbiamo potuto capire che sul capo, originariamente, c’era una corona di spine, proprio perché abbiamo trovato dei piccoli cavicchi lignei che la tenevano. È andata ovviamente dispersa ed era stata sostituita nell’800 da una corona di corde, che ora è stata rimossa e sostituita da una corona di spine. Ma anche in questo caso è stata scelta una spina particolare: la Spina Christi, un arbusto dell’area mediterranea.»

Il Crocifisso subì nel tempo diverse collocazioni. All’inizio, fu posto sopra l’altare dei Santi Simone e Giuda, uno dei sette “privilegiati”. Qui venne oltraggiato dai Lanzichenecchi durante il Sacco di Roma; fu infatti vestito con i loro abiti, come fosse un manichino. Durante i lavori per la nuova Basilica fu posto sopra l’altare di Santa Petronilla. Nel 1629, venne appeso all’interno della Porta Santa, in attesa del completamento della cappella del Crocifisso, c3dove fu esposto dal 1632 al 1749, quando fu spostato perché lì fu collocata la Pietà di Michelangelo. Venne quindi portato nella adiacente piccola cappella delle Reliquie, dove finì quasi dimenticato, dopo che la stessa cappella divenne praticamente inaccessibile a motivo della costruzione, durante il pontificato di Pio XI (1922-1939), dell’ascensore che collega la Basilica con il Palazzo Apostolico. Dopo il restauro, è stato esposto per la prima volta, su richiesta di Papa Francesco, all’altare della Confessione, in occasione della Messa Giubilare per i Prigionieri del 6 novembre 2016. Poi, su proposta del Cardinale Angelo Comastri, il Crocifisso è stato restituito alla venerazione dei fedeli e collocato sulla parete di sinistra della Cappella del Santissimo Sacramento.

Durante la conferenza stampa di presentazione del restauro, Monsignor Vittorio Lanzani ha affermato che trattasi di: «un’opera dall’immenso valore artistico, ma anche devozionale. Dalla fine del Cinquecento fonti letterarie riferirono questa mirabile scultura a Pietro Cavallini, definito da Giorgio Vasari “devotissimo e amicissimo dei poveri”. La figura del Cristo è colta nell’attimo della morte: il volto è meraviglioso, gli occhi sono ancora aperti e le pupille attonite sono fisse nell’eterno».

Profonda nei secoli la devozione verso questo Crocifisso, dal volto sofferente e meraviglioso al tempo stesso, come ha detto il cardinale Angelo Comastri: «Io parlo per mia esperienza personale … Quando i nostri lavoratori pulivano l’occhio, a me è sembrato che il Crocifisso in qualche modo mi guardasse come per dire: “Cosa aspetti? Vedi l’amore? Ecco, rispondi…».

Filippo Caponi

 

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