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Anno 2018 - Mercoledì delle Ceneri

La Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato ha celebrato in Associazione la Santa Messa del mercoledì delle Ceneri - Omelia di Mons. Francisco-Javier Frojan Madero.

Quando ero universitario, erano tempi di inquietudine sociale e politica, lessi un libro che mi colpì molto: L’arte di amare, di Erich Fromm. Questo psicologo e filosofo umanista tedesco affermava che: perché l’amore si convertisse in un fenomeno sociale, si dovevano produrre importanti e radicali cambiamenti nella struttura sociale. Solo più tardi ho potuto capire, leggendo le opere di Giovanni Paolo II, che questo cambiamento delle strutture avverrebbe soltanto con la conversione personale, dopo un incontro con Cristo. Come dice il maestro spirituale: “cambiare io perché cambi il mondo”.
Oggi, uniti alla Chiesa universale, iniziamo la Quaresima, in questa Cappella di San Pietro, già sede della Guardia Palatina d’Onore e ora cuore dell‘Associazione Santi Pietro e Paolo, in questo Palazzo Apostolico, dove tutto ci parla di fede, di cultura, di storia e di arte.
L’arte nobilita, eleva alla categoria delle cose sublimi, ci apre alla Trascendenza.
L’affresco, in tre scene, con cui l’artista bresciano Vittorio Trainini (1888- 1969), abbellì questa Cappella nel 1952, raffigura i momenti salienti della vita di San Pietro: la vocazione, la consegna delle chiavi e il martirio. Singolare il fatto che l’autore, nel dare volti ai personaggi affrescati, si ispirò ai volti di molti appartenenti alla suddetta Guardia.
L’opera, densa di significati allegorici, potrebbe aiutarci a riflettere sul nostro percorso quaresimale. Cristo chiama gli apostoli, come chiama ciascuno di noi, con i nomi propri,c01 ma non tutti ascoltano la sua chiamata. Quello in fondo, continua distratto dalle proprie occupazioni. In alto possiamo contemplare una colomba. È il simbolo dello Spirito che viene su tutti noi, pur lasciandoci la libertà di aderire o meno al Figlio di Dio. L’incontro con il Maestro però non implica la conversione ipso facto; la conversione è un processo, non un evento; san Paolo ha la chiamata, ma dovrà continuare il suo cammino verso Damasco; gli apostoli continueranno ad essere pescatori (adesso di uomini).
Nel quadro centrale, le palme frondose e il palazzo sono le nostre proprie sicurezze a cui dobbiamo rinunciare per seguire Cristo. Nel centro, l’artista guida lo sguardo dallo spettatore sull’intenso dialogo di Gesù con gli apostoli. Cristo, in mezzo, con i noti colori dell’iconografia bizantina: il blu, che simbolizza la divinità del Figlio di Dio, e il rosso, che simbolizza il sangue del sacrificio. Pietro, inginocchiato sopra una roccia, davanti a Cristo, è il simbolo della Chiesa nell’atto della conversione che spinge alla missione, tra le pecore (bianche e nere), tra i cactus e le pietre. Là è dove dobbiamo andare noi. Gesù, con una mano, gli consegna le chiavi e, con l’altra, indica la meta della conversione: il cielo.c02 Qui sta la Chiesa mediatrice tra divino e umano. Gli autori, lungo la storia, hanno interpretato il passaggio evangelico di Matteo (16,13-20) “tutto ciò che legherai…tutto ciò che scioglierai…” con due chiavi di cui, sia nell’iconografica pittorica che in quella scultorea, una è d’oro, o dorata, o gialla, e l’altra d’argento, o argentata, o bianca. L’oro significa il cielo, mentre l’argento la terra. E da qui i colori della bandiera vaticana: bianco e giallo, che ci ricordano la nostra missione a convertirci personalmente per aiutare gli altri a convertirsi. Alcuni apostoli guardano verso il Cristo, altri verso Pietro, altri verso il cielo. Giuda, invece, indifferente alla chiamata alla conversione, guarda soltanto verso la sua borsa.
La terza scena ci mostra il martirio di Pietro. La barba nera, ora bianca, parla di un lungo cammino di conversione, che passando necessariamente per la croce, porta alla vita nuova simboleggiata nella luce del paradiso che si apre all’apostolo. Ecco il nostro cammino di conversione attraverso il deserto della vita. Un deserto non come luogo geografico, ma teologico. Cambiare io perché il mondo cambi.
Cambiare il modo di pregare. Preghiamo intensamente in questi 40 giorni, gli uni per gli altri; preghiamo per tutti coloro che formano questo gruppo di lavoro, questa piccola comunità, questa II Sezione; a volte si sentono dei commenti ingiusti, delle critiche fuori luogo, delle dicerie pesanti, ma poche volte si sentono preghiere per le varie necessità personali, per le nostre famiglie e per le nostre Istituzioni di appartenenza. Facciamo l’elemosina; anche tra noi, facciamo l’elemosina spirituale: il sorriso, l’affabilità, la cordialità, lo spirito di servizio, le buone maniere. In questa Quaresima, guardiamo gli altri con gli occhi della trasparenza; nello stessomodo guardiamo anche i rapporti e i documenti che giungono sui nostri tavoli di lavoro, e dietro ai quali ci sono persone concrete, con volti reali, persone che amano, soffrono, ridono, cantano e piangono; con occhi trasparenti guardiamo la bellezza del mondo, giacché, come diceva Shakespeare: “la bellezza risiede nell’occhio di chi la contempla”.
E, infine, digiuniamo; digiuniamo non solo dal superfluo, ma anche dall’arrivismo, dall’egoismo, dall’indifferenza, dall’invidia, dai favoritismi, dal giudicare, dalla tristezza, dal pessimismo, dalle preoccupazioni inutili, dalle lamentele, dall’amarezza, dallo scoraggiamento, dalle mancanze di speranza, dalle menzogne, dal “qui lo dico qui lo nego”, dalla pigrizia, dagli sguardi e dai commenti che uccidono, da ogni discriminazione, dal fariseismo, dall’ipocrisia, dal cinismo, dall’orgoglio, dall’egoismo personale e dal disprezzo, dal considerarci i migliori, dal sentirsi superiori, dall’essere pienamente sicuri di noi stessi, dal credere che già siamo convertiti totalmente, dal rimanere nelle cose, nelle istituzioni, nei metodi, nei regolamenti, e non camminare incontro all’umanità con i sandali della libertà dei figli di Dio.
Cambiare me stesso in primo luogo, per cambiare le strutture. Cambiare me stesso è indispensabile, è indispensabile per affrontare le urgenti sfide di questa società in mutazione, nella quale nessuno sa veramente verso quale modello di pianeta sta camminando. Chiediamoci nuovamente quale è la nostra missione in un mondo con frontiere diffuse, dominato dai conflitti e dagli scontri tra le culture, e nel quale si deve far fronte al cambio climatico, ai drammatici fenomeni migratori e all’informazione e ai nuovi poteri delle reti sociali che ci consentono di prendere visione e conoscenza del mondo ogni minuto e che ogni giorno lanciano milioni di messaggi, molti dei quali incidono direttamente nella politica interna ed estera, nei rapporti bilaterali e multilaterali, per secoli terreno quasi esclusivo della diplomazia. La nostra attività esige oggi più che mai, una conversione al lavoro in equipe, alla formazione permanente, a relazionarci in un sistema più aperto e integrato, a proporre iniziative e a lavorare con creatività. Una missione faticosa, ma appassionante, in questo tempo che, come dice san Paolo nella seconda lettura “è momento favorevole e tempo di salvezza”.
A tutti, una buona e santa Quaresima!
Anno 2017 - Pasqua Associativa e Festa delle Famiglie

Da alcuni anni la festa delle famiglie, si svolge in un luogo al di fuori del nostro “quartiere” in Vaticano. Quest’anno, la ricorrenza è stata celebrata, unitamente alla Pasqua dell’Associazione, lo scorso 23 aprile, domenica della Divina Misericordia, nella cittadina laziale di Ariccia.

Illuminata da un bel sole primaverile, che ha riscaldato gli animi dei partecipanti, l’escursione è iniziata con la visita al museo del locale Palazzo Chigi, per poi proseguire con la celebrazione della Santa Messa nella chiesa di Santa Maria Assunta in Cielo e concludersi con un incontro conviviale presso il ristorante La Rupe.

Un luogo scelto non a caso; molte sono, infatti, le attinenze di questa meta con la nostra storia. Anzitutto, Ariccia si raggiunge da Roma attraverso un viadotto fatto costruire nel 1847 dal Beato Papa Pio IX, fondatore, come è noto, della Guardia Palatina d’Onore. Per tale costruzione, il Pontefice diede incarico all’architetto e ingegnere Giuseppe Bertolini di migliorare il collegamento della cittadina con Roma con la costruzione di uno spettacolare viadotto stradale, lungo 312 metri, alto 72 metri e largo 9,80 metri e costituito da 36 arcate sovrapposte in tre ordini. Il viadotto, che conduce direttamente nella piazza principale, già denominata Piazza di Corte (oggi Piazza della Repubblica), venne inaugurato il 12 ottobre 1854;ar1 a sinistra della piazza è ubicato lo splendido Palazzo Chigi, mentre nella parte opposta è la chiesa di Santa Maria Assunta in Cielo.

Questa era Ariccia, come è anche oggi, ma pochi sanno che l’apertura del viadotto stravolse completamente l’assetto urbanistico del borgo così come lo aveva progettato il grande artista del barocco Gian Lorenzo Bernini, già molto noto per le sue opere in Vaticano. Un tempo, i visitatori, che percorrevano l’antica Via Appia, entravano in città attraversando la Porta Romana, altro progetto del Bernini, e si inerpicavano per le ripide stradine fino a giungere alla Piazza principale, esattamente dal lato opposto. In questo modo, si poteva apprezzare la splendida facciata del Palazzo, oggi visibile solo dal parco, man mano che ci si avvicinava alla città, e giunti nella piazza ci si trovava davanti la chiesa con la sua cupola che ricorda il Panteon, mentre i bracci laterali e le fontane ricordano il colonnato della Basilica di San Pietro.

Il Palazzo Chigi, ceduto al comune di Ariccia nel 1988 e oggi sede del museo comunale, apparteneva alla omonima famiglia di principi romani, anche se di origine senese, che fanno parte della storia stessa del Vaticano.

La famiglia raggiunse l’apice della importanza con l’elezione al soglio pontificio del cardinale Fabio Chigi col nome di Alessandro VII (1655-1667), che ebbe due nipoti cardinali: Flavio (1631-1693), principale artefice delle collezioni artistiche di famiglia, e Sigismondo (1649-1678). L’altro nipote Agostino (1634-1705) sposò Maria Virginia Borghese, nipote di papa Paolo V. A partire dalla seconda metà del Seicento si formò il grande patrimonio immobiliare dei Chigi fino a divenire, nella metà dell’Ottocento, tra i cinque maggiori proprietari terrieri dello Stato Pontificio.

Dal 1712 al 1966, il primogenito della famiglia Chigi di Ariccia ha rivestito la dignità ereditaria di Maresciallo di Santa Romana Chiesa e custode perpetuo del Conclave. Questa carica laica aveva la funzione di sorvegliare la clausura del collegio cardinalizio riunito in conclave e di attendere alla custodia e difesa dei cardinali. Il Maresciallo aveva il compito di aprire e chiudere la porta d’accesso al conclave con delle chiavi che doveva portare sempre con sé, chiuse in una borsa di velluto rosso. Le chiavi, le borse, gli abiti del Maresciallo e altri oggetti, sono visibili nel museo. Ultimo Maresciallo fu don Sigismondo Chigi (1894-1982) che prestò servizio durante il conclave dell’elezione di Paolo VI, dopodiché lo stesso pontefice abolì tale incarico.

Durante il conclave, il Maresciallo risiedeva nell’omonimo cortile in Vaticano, in una abitazione fatta costruire da Paolo V, dove, assistito da quattro capitani, assumeva il comando di tutti i corpi armati pontifici; anche la Guardia Palatina d’Onore, assieme alla Guardia Svizzera Pontificia, svolgeva il servizio alla “rota” posta nel Cortile dei Pappagalli; la “rota” era utilizzata per il passaggio del vitto e di quanto altro occorrente ai cardinali chiusi in conclave.

Altro importante incarico della famiglia Chigi in Vaticano, fu il comando della Guardia Nobile, affidato, dal 1939 al 1953, al principe Francesco Chigi della Rovere.

La visita al palazzo Chigi era stata concordata con il Direttore del Museo, Architetto Francesco Petrucci e programmata in esclusiva per l’Associazione prima dell’orario di apertura al pubblico; i Soci, pertanto, divisi in due gruppi, hanno potuto ammirare in tutta tranquillità le magnifiche sale ricche di affreschi, arredi e dipinti dei più noti pittori dei secoli passati. Le guide, molto preparate, hanno reso costantemente le spiegazioni molto interessanti e in alcuni casi anche divertenti, in particolare quando narravano alcuni aneddoti sulla famiglia Chigi e sugli usi e costumi delle epoche passate in cui questa famiglia era vissuta. Purtroppo, per mancanza di tempo, non è stato possibile visitare gli ambienti che ci avrebbero più interessato come quelli che ospitavano le divise del Maresciallo del conclave, e le borse con le chiavi della Cappella Sistina.

All’uscita del museo, il gruppo si è diretto verso la chiesa collegiata di Santa Maria Assunta in Cielo. Una collegiata con questa stessa denominazione esisteva ad Ariccia fin dal VI secolo, ma l’attuale edificio, con il prospetto principale sulla monumentale piazza di Corte, è stato costruito tra il 1663 ed il 1665 per interessamento della famiglia Chigi su progetto di Gian Lorenzo Bernini, con il contributo di altri importanti artisti attivi a Roma nel Seicento.

La Santa Messa delle 11, allietataar2 dalla presenza di una coppia della locale comunità parrocchiale che festeggiava il 50° anniversario di matrimonio, è stata presieduta dall’Assistente Spirituale Mons. Joseph Murphy e concelebrata dal Parroco Don Antonio Scigliuzzo; nell’omelia Mons. Joseph Murphy ha attirato l’attenzione di tutti i fedeli, offrendo loro numerosi spunti di riflessione.

Al termine della Santa Messa, il Parroco ha consentito ai partecipanti di poter vedere la statua di Santa Apollonia, in passato esposta all’interno della chiesa e ora custodita in un ambiente dove sono conservati anche gli oggetti preziosi della chiesa. ar3Come è noto, Santa Apollonia originaria di Alessandria d’Egitto, Vergine e Martire del III secolo e protettrice dei denti, è la patrona di Ariccia da 352 anni; se ne celebra la festa sia il 9 febbraio, che l’ultima domenica di luglio. La confraternita dei “Cavalieri di Santa Apollonia”, sotto la guida spirituale del Parroco, è formata da circa 40 membri, detti “cavalieri”, i quali, con l’alternanza di 16 alla volta, portano a spalla, durante la festa patronale, la macchina processionale con la sta- tua della Santa.

Alla fine della mattinata, il gruppo, percorrendo la strada sopra il ponte di Ariccia, si è avviato verso il ristorante “la Rupe” dove è stato consumato il pranzo. Così, dopo la parte culturale e la parte spirituale, l’escursione si è conclusa nella serenità e nella gioia di un incontro conviviale tra amici, incorniciato dal magnifico panorama che si ammira da Ariccia e che si estende fino al mare.

Filippo Caponi

Anno 2017 - Pasqua dell'Associazione

«Vi fu un grande terremoto», una meditazione per la Pasqua di Mons. Joseph Murphy

Unico tra i quattro evangelisti, San Matteo fa riferimento ai terremoti nel suo racconto della morte e della risurrezione di Gesù. Dopo i drammatici avvenimenti dello scorso anno, siamo particolarmente consapevoli del terrificante potere di questi fenomeni, i cui effetti distruttivi hanno messo a dura prova la fede di molti.
Oggi, sappiamo che gli eventi sismici sono causati dai movimenti sotterranei delle placche tectoniche, provocati da immense forze telluriche. L’uomo biblico, invece, interpretava il terremoto come segno della presenza maestosa e della potenza incomparabile di Dio, Signore del cosmo. Dio non è assente: si manifesta nei fenomeni della natura. Nella teofania del Sinai, ad esempio, prima della consegna della Legge a Mosè, Dio rivela la sua presenza nei fenomeni cosmici: tuoni e lampi, la nube e il terremoto (cf.Es 19,16-18). Talvolta, però, la presenza di Dio è più nascosta: il profeta Elia, ad esempio, discerne la presenza di Dio non nel vento, nel terremoto o nel fuoco, ma nel «sussurro di una brezza leggera» (1 Re 19,11-12).
Nell’Antico Testamento, il terremoto acquista anche una valenza simbolica. Si tratta di un fenomeno associato agli interventi di Dio nella storia. Il «giorno del Signore», il giorno definitivo di salvezza per i giusti e di punizione per i malvagi, tanto atteso dai profeti, è accompagnato da diversi segni cosmici (terremoti, eclissi di sole, ecc.). «Nella mia gelosia e nel mio furore ardente io vi dichiaro: In quel giorno ci sarà un grande terremoto nella terra d’Israele: davanti a me tremeranno i pesci del mare, gli uccelli del cielo, gli animali selvatici, tutti i rettili che strisciano sul terreno e ogni uomo che è sulla terra: i monti franeranno, le rocce cadranno e ogni muro rovinerà al suolo» (Ez 38,19-20). Nel Nuovo Testamento, il libro dell’Apocalisse riprende questo legame tradizionale tra eventi cosmici e giudizio divino (cfr. Ap 8,5; 11,13.19; 16,18).
Nel suo Vangelo San Matteo insiste che Gesù rappresenta il compimento delle profezie dell’Antico Testamento. Anche per lui, il terremoto segnala la presenza divina e rimanda al giudizio definitivo di Dio. Nel discorso escatologico (Mt 25), cioè quello che concerne le realtà ultime e definitive come la distruzione del tempio di Gerusalemme, le tribolazioni della comunità cristiana lungo la storia, la fine del mondo e la venuta gloriosa del Figlio dell’uomo, Gesù rincuora i suoi discepoli e li esorta ad essere vigilanti per evitare di essere ingannati da falsi profeti: «Badate che nessuno vi inganni!
Molti infatti verranno nel mio nome, dicendo: “Io sono il Cristo”, e trarranno molti in inganno. p01E sentirete di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi, perché deve avvenire, ma non è ancora la fine. Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi: ma tutto questo è solo l’inizio dei dolori» (Mt 24,4-8). Troviamo un avvertimento simile nei testi paralleli dei Vangeli di Marco e Luca.
Nel racconto della tempesta sedata, Marco e Luca parlano di «una grande tempesta di vento» (Mc 4,37) o semplicemente di «una tempesta di vento» (Lc 8,23), fenomeno molto comune sul lago di Tiberiade, mentre Matteo dice che «avvenne nel mare un grande sconvolgimento» (Mt 8,24), usando il termine greco seismos, «terremoto». In questo modo, accenna nuovamente alla presenza divina, che provoca timore e paura. Nel dimostrare il suo potere sulle forze di natura, infatti, Gesù chiede: «Perché avete paura, gente di poca fede?» (Mt 8,26). L’avvenimento suscita la domanda circa l’identità di Gesù: «Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?» (Mt 8,27). La menzione del terremoto nell’episodio della tempesta sedata e nel discorso escatologico suggerisce un collegamento con i racconti della morte e della risurrezione di Gesù. Prima della sua passione, l’ingresso messianico di Gesù in Gerusalemme scuota la gente: «Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione (eseisthē) e diceva: “Chi è costui?”. E la folla rispondeva: “Questi è il profeta Gesù, da Nazaret di Galilea”» (Mt 21,10-11). Per descrivere l’agitazione della città, San Matteo adopera l’aoristo passivo del verbo seiō, «scuotere», «agitare», termine correlato con seismos, «terremoto». Usando questa parola, l’evangelista vuole accennare, anche se solo in modo velato, ad una teofania? È difficile rispondere con certezza. In ogni caso, l’ingresso di Gesù suscita nuovamente la domanda sulla sua identità. Per ora, viene data una risposta incompleta: Gesù è un profeta.
Nel Vangelo di Matteo, la morte di Gesù è accompagnata da diversi fenomeni cosmici: «Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terrà tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono» (Mt 27,54). È interessante notare che sulla roccia del Calvario, visibile ancora oggi nella Basilica del Santo Sepolcro, vi è una fessura, provocata, secondo i geologi, da un terremoto avvenuto nella regione del Mar Morto attorno all’anno 30 d.C. I fenomeni menzionati dall’evangelista sono segni tipici del «giorno del Signore», a cui Gesù aveva fatto cenno nel discorso escatologico. Questo giorno è ormai arrivato, anche se dobbiamo ancora aspettare quello della venuta gloriosa del Figlio dell’uomo. È la fine del vecchio mondo, soggetto al potere del male e della morte, e l’inizio di una nuova era di grazia e di misericordia. Dio non è più nascosto dietro al velo del tempio, ma si manifesta nella nudità di suo Figlio crocifisso. La terra si scuote e si apre per restituire i morti che ha inghiottito. La morte di Gesù, inoltre, conduce ad una nuova risposta alla domanda sulla sua identità: il centurione e quelli che con lui facevano la guardia, «alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: “Davvero costui era Figlio di Dio!”» (Mt 27,54).
Di nuovo, vi è stato un terremoto il giorno della risurrezione: «Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba. Ed ecco, vi fu un grande terremoto» (Mt 28,1-2). Il terremoto annuncia l’intervento decisivo di Dio. È il giorno del Signore, tanto atteso dai profeti, che cambia radicalmente e definitivamente il corso della storia. Un angelo, descritto nei termini tipici della letteratura apocalittica giudaica (aspetto come di fulgore, vestito bianco come neve), «si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa». La sua apparizione provoca timore. L’evangelista fa menzione di due gruppi di persone, che reagiscono in modi ben diversi agli eventi. Da una parte, le guardie, che «furono scosse (eseisthēsan) e rimasero come morte» per lo spavento che ebbero dell’angelo. Non colgono il segno e rimangono prigionieri della menzogna, del male e della morte; infatti, più tardi, dopo aver riferito l’accaduto ai capi dei sacerdoti, accettarono del denaro per diffondere la notizia che i discepoli di Gesù vennero la notte per rubarne il corpo. Dall’altra, le donne, che accolgono con gioia la notizia della risurrezione e la missione della testimonianza.
L’angelo, invitandole a non avere paura, affida a loro una missione: «Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”» (Mt 28,7). Le donne non esitano: «Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli» (Mt 28,8). Sulla strada, incontrano Gesù, si avvicinano, gli abbracciano i piedi e lo adorano. Il Risorto ripete le parole dell’angelo: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno» (Mt 28,10).
Con i diversi riferimenti al terremoto, che è insieme un fenomeno naturale e un simbolo ereditato dalla tradizione ebraica, San Matteo desidera sottolineare la presenza di Dio, anche nelle situazioni apparentemente disperate, nonché il potente intervento del Signore del cosmo nella storia degli uomini, intervento che significa grazia, misericordia e salvezza per i giusti e giudizio per i cattivi. Gli eventi della morte e della risurrezione di Gesù non devono lasciarci indifferenti ma devono scuotere la nostra esistenza, come un terremoto scuote la terra. Come le donne, prime annunciatrici della risurrezione, anche noi siamo chiamati a riconoscere la vera identità del Risorto e la sua presenza nella nostra vita, ad accogliere nella fede il suo messaggio di salvezza e a diventare suoi testimoni coraggiosi e gioiosi nel mondo.

Buona Pasqua a tutti!

Anno 2016 - Festa delle Famiglie

LA FESTA DELLE FAMIGLIE
Celebrata, alla presenza di numerosi soci e familiari, nel Santuario mariano del Divino Amore

Lo scorso 5 giugno, X domenica del Tempo Ordinario, confortati da un caldo sole di prima estate, numerosi Soci e loro familiari si sono ritrovati in pellegrinaggio presso il Santuario del Divino Amore, per celebrare insieme la Festa delle Famiglie. Cuore della giornata è stata la Santa Messa, concelebrata nella Cappella dello Spirito Santo, nei pressi del vecchio Santuario, dagli Assistenti Spirituali Mons. Joseph Murphy e Mons. Roberto Lucchini, assistiti dal diacono Adriano Giuseppe Agnello, mentre il servizio all’altare è stato assicurato, come avviene durante tutte le cerimonie del Sodalizio, da alcuni Allievi.
f132Ai celebranti, piacevole sorpresa, si è unito anche Mons. Mitja Leskovar, che ha profittato di una sua breve permanenza a Roma per essere presente e rinsaldare così anche i suoi legami con l’Associazione. All’omelia, Mons. Roberto Lucchini ha sottolineato come, in un luogo così fortemente connotato dalla fede del popolo romano, l’Associazione ha voluto pregare Maria,f132 la Madre, perché fosse il tramite per aprire il cuore del Figlio. Le letture – incentrate sul tema della Misericordia – hanno rivelato come Dio sia misericordioso con tutti noi, patisca delle nostre pene e vinca la morte restituendo gli affetti alle persone colpite dal dolore. E allora, con l’aiuto di Dio, dobbiamo provare a cambiare i nostri cuori e offrirli a Lui per diventare sempre più segni del Suo amore e della Sua misericordia, come lo stesso Papa Francesco ha auspicato durante il Giubileo dei Sacerdoti, celebrato agli inizi dello scorso mese di giugno.
f133Dopo la Santa Messa, i partecipanti, con molta devozione e con l’intento di lucrare l’indulgenza giubilare, hanno effettuato il passaggio della Porta Santa, che si trova nel complesso del Santuario, presso la torre del primo miracolo.
In seguito, in una sala appositamente riservata, i presenti hanno assistito alla proiezione di alcuni interessanti filmati riguardanti la Guardia Palatina d’Onore presentati dal Socio Filippo Caponi, Vice Dirigente della Sezione Culturale e responsabile delle attività connesse al mantenimento dell’identità storica del Sodalizio. Un momento, in particolare per chi ha vissuto l’entusiasmante esperienza della Guardia, di forti emozioni e che ha consentito agli astanti di rievocare e rivivere quei valori di fedeltà al Sommo Pontefice e alla Sede Apostolica che, mutuati dalla Guardia, sono le ragion d’essere dell’Associazione che della “Palatina” e dei suoi ideali ne è, da oltre quarant’anni, la continuatrice.

Sergio Ferrazzi

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Anno 2016 - Pasqua dell'Associazione

PASQUA DELL’ASSOCIAZIONE 2016
“Vi invito a rinnovare l’incontro personale con Gesù, o almeno lasciarvi incontrare da Lui”

Domenica 3 Aprile 2016, seconda di Pasqua, numerosi sono stati i Soci, gli Aspiranti e gli Allievi che hanno partecipato alla Santa Messa della Pasqua dell’Associazione; la celebrazione, che si è svolta nella Cappella dell’Associazione, è stata presieduta da S.E. Mons. Fabio Fabene, Sotto-Segretario del Sinodo dei Vescovi; con il prelato, hanno concelebrato l’Assistente Spirituale Mons. Joseph Murphy e il Vice-Assistente Spirituale Mons. Roberto Lucchini;f141 il servizio all’altare e stato assicurato dai giovani del Gruppo Allievi, mentre i canti che hanno accompagnato la liturgia sono stati eseguiti dal Gruppo Musicale dell’Associazione.
L’omelia è stata centrata sulla riflessione della Pasqua, rivelazione più corposa della misericordia di Dio per l’uomo, così come recita la bolla di indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia voluta da Papa Francesco: “Nell’orizzonte della misericordia, Gesù ha vissuto la Sua passione e morte cosciente del grande mistero di amore che si sarebbe compiuto sulla Croce”.
Proprio prendendo su di sé la morte, Gesù ha compiuto il miracolo di redenzione dell’Uomo, così come afferma San Paolo: la morte è stata inghiottita nella vittoria. È proprio nella Croce di Cristo che si è manifestata la misericordia divina che ha riconciliato il mondo stesso a Dio. Per opera della misericordia di Dio siamo salvati e rigenerati, redenti per sempre.
Il Vescovo dopo aver ampiamente commentato le letture proprie della seconda domenica di Pasqua (At 5,12-16 ed Ap 1,9-11.12-13.17-19), si è poi soffermato sul brano dell’evangelista Giovanni (20,19-31) ricordando come la sera stessa di Pasqua, Gesù risorto manifesta agli Apostoli la sua misericordia apparendo loro nella casa ove erano riuniti. Quella stessa sera, Gesù alitò su di loro dicendo: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro cui perdonerete i peccati, saranno perdonati” (vv.22-23). Si manifesta, in questi versetti, la volontà dell’amore infinitamente misericordioso di Dio; Egli, per essere Padre ha bisogno di perdonare, di accogliere tutti gli uomini per i quali Suo figlio Gesù ha dato la vita. Il Perdono di Dio è in questo modo atto operativo concreto, riaccende la speranza, crea una nuova umanità riconciliata nell’amore stesso.
f113Proseguendo nel commento del Vangelo, il Sotto-Segretario del Sinodo dei Vescovi ha offerto ai presenti molti spunti di riflessione, commentando l’episodio dell’apparizione di Gesù risorto a Tommaso incredulo, nel quale Gesù, nella sua misericordia, è andato incontro ai dubbi di Tommaso, paradigma quest’ultimo di noi uomini dubbiosi e con debole fede. Il prelato ha voluto rimarcare come Gesù stesso ci viene incontro oltre ogni misura proprio per fortificare la nostra fede, con premura e tenerezza, incontrandoci come uno che ci comprende per introdurci nella creazione rinnovata, perdonandoci i peccati e spazzando via i nostri egoismi e bruciando il male presente in noi nel fuoco dello Spirito Santo che purifica e rinnova ogni cosa.
Inoltre, il celebrante ha esortato i presenti con le stesse parole di Papa Francesco contenute nell’Evangelii Gaudium: “Invito ogni cristiano, in qualunque luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo od almeno a prendere la sua decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta”. Nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore per essere liberato dal peccato. L’invito evangelico di Gesù è proprio quello di essere misericordiosi come il Padre lo è stato per noi; motto dell’Anno Santo che stiamo vivendo, con l’invito ad aprirci all’altro, nella consapevolezza, come cristiani, di essere chiamati ad essere sensibili alle necessità materiali e spirituali dei più bisognosi, spezzando i lacci dei nostri egoismi.

La Chiesa ha voluto ricordare con questo Anno Santo che le sette opere di misericordia corporale e spirituale diventino l’espressione della nostra vita cristiana misericordiosa, nei gesti semplici che la quotidianità ci offre, entrando sempre più nel cuore del Vangelo, dove i poveri ed i piccoli sono i privilegiati della misericordia divina. “Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia”. Con questo invito si è conclusa l’omelia, momento intenso di riflessione che ciascun partecipante ha potuto gustare nel raccoglimento della celebrazione Eucaristica.
Ci si è avviati quindi nel prosieguo della liturgia alla quale, poi, è seguito un momento di festosa convivialità nella Sala delle Conferenze per il tradizionale scambio degli auguri.

Maurizio Truncali

Anno 2015 - Pasqua dell'Associazione

La celebrazione della Pasqua dell’Associazione officiata da Mons. Roberto Lucchini, nuovo Vice-Assitente

“Contempliamo il volto di Gesù: il solo volto che può darci serenità e pace”

Come è ormai tradizione, lo scorso 12 aprile, II Domenica di Pasqua (della Divina Misericordia), si è svolta, nella Cappella Nostra Signora della Famiglia all’interno del Palazzo del Governatorato, la celebrazione della Pasqua dell’Associazione.

La Santa Messa, è stata officiata da Mons. Roberto Lucchini, recentemente nominato Vice-Assistente Spirituale del Sodalizio, e concelebrata, oltre che dall’Assistente Spirituale Mons. Joseph Murphy, da Mons. Fabrice Rivet, della Segreteria particolare di S.E. Mons. Giovanni Angelo Becciu, Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato, e da Mons. Michael Crotty, della Sezione per i Rapporti con gli Stati della stessa Segreteria di Stato.

Nell’Omelia, il cui testo integrale è pubblicato qui di seguito, il celebrante si è a lungo soffermato sulle letture proprie della giornata (At 4,32-35, 1Gv 5,1-6 e Gv 20,19-31) offrendo ai tanti Soci, Aspiranti ed Allievi presenti, molti dei quali erano accompagnati da familiari ed amici, numerosi spunti di riflessione.

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Reverendi Monsignori, care Religiose, fratelli e sorelle in Cristo, anzitutto buona festa! Ritorno tra di voi con grande piacere, soprattutto per la profonda gioia spirituale di poter celebrare insieme con voi questa Eucaristia domenicale. Come la Messa è e da il senso della vita di fede di un cattolico, così è il motivo del vostro servizio, quel servizio che è la finalità della vostra Associazione.

È con particolare gioia che celebro oggi questa Santa Eucarestia con voi e per voi nella Solennità della Domenica in Albis, Domenica della Divina Misericordia e Pasqua della nostra Associazione. Offro per voi e per le vostre famiglie l’intenzione di questa Santa Messa, perché il Signore sostenga, accompagni e benedica il vostro cammino di fede: Fide Constamus Avita! Rimaniamo saldi nella Fede antica e sempre nuova della Chiesa! Camminiamo insieme in questo particolare tempo di Grazia che ci è dato mentre, con tutta la Chiesa, accogliamo il dono prezioso dell’Anno Santo della Misericordia.

Le letture che abbiamo appena ascoltato ci permettono, infatti, di compiere un vero e proprio cammino di fede incontro al Signore, per contemplare il suo volto, il volto di colui che è risorto dai morti, il solo volto che può darci serenità e pace, vita e speranza: chi guarda il suo volto è salvo!

Con gli antichi padri e con i profeti anche noi abbiamo pregato: “Il tuo volto Signore io cerco: non nascondermi il tuo volto!” e ancora: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto!”.

Cari amici, il volto di Cristo ci interpella sulla nostra vita e sulla nostra fede. Anche oggi quel volto scruta il nostro cuore, ci consola con la misericordia e con il perdono. È il volto dell’uomo dei dolori, del servo sofferente cantato da Isaia. È il volto sfigurato impresso nella Sindone, icona e reliquia dell’Amore di Cristo. È il volto dei più piccoli e dei più poveri, testimoni silenziosi di tante croci dell’uomo di oggi.

Gli Apostoli, per primi, hanno cercato il volto del Signore. Hanno fissato i loro occhi nello sguardo di Cristo che li ha scelti e li ha chiamati per stare con Lui. I primi discepoli sono corsi ad annunciare agli altri: “Abbiamo trovato il Messia!”. Sono quegli stessi che nel momento della Passione e della Croce non riescono a sostenere lo sguardo di Cristo, perchè l loro fede vacilla, i loro occhi sono annebbiati, il loro cuore è avvolto dalle tenebre, caduto nell’abisso dello sconforto. Non riescono ad alzare lo sguardo, a scorgere nella croce di Cristo il vero albero della Vita. Non possono comprendere che da quel legno già il Cristo regna sull’umanità, sulla storia, nella nostra vita!

“Mors et Vita duello conflixere mirando: Dux vitae mortuus regnat vivus”.

La Sequenza pasquale, mirabilmente riecheggiata da Bach nella partitura della “Passione secondo San Giovanni”, evoca un vero combattimento cavalleresco tra vita e morte, luce e tenebre. Il Signore della Vita, scende fin nell’abisso più profondo e oscuro della morte, per liberare i figli della Luce!

E gli Atti degli Apostoli ci dicono ancora – lo abbiamo sentito nella Prima Lettura – “Con grande forza gli Apostoli davano testimonianza della Risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore” (At 4,32-35).

Nella Seconda Lettura San Giovanni ci esorta: “Questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede!” e ancora: “È lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità” (1Gv. 5,1-6).

p91E, infine, il racconto del Vangelo (Gv. 20,19-31) con il cammino personale di Tommaso, dall’incredulità alla fede: “Mio Signore e mio Dio!”. Dallo sguardo umano a quello soprannaturale: “Gli dicevano gli altri Apostoli: abbiamo visto il Signore! Ma egli disse loro: se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo!”.

All’inizio, lo sguardo di Tommaso non è quello della fede. Cerca un segno, cerca una spiegazione, cerca una prova che è il Signore Gesù, vivo. Fissa lo sguardo nella carne di Cristo, le sue ferite, il posto dei chiodi, il costato, ma non si lascia ancora incontrare dallo sguardo di Colui che è il Vivente.

E il Signore a lui: “Guarda le mie mani, tendi la tua mano, non essere incredulo, ma credente!”

Lo chiama dagli idoli alla fede, dallo sguardo terreno a quello soprannaturale. Il cammino di Tommaso si compie dalla ricerca dei segni e dei miracoli, all’incontro personale con il Signore: “Mio Signore e mio Dio!”

Chiediamo anche per noi, cari amici, questa conversione del cuore: dagli idoli alla fede, dalle tenebre alla luce e, per la forza della fede, alla testimonianza!

Preghiamo anche noi, così come fece il beato Papa Paolo VI, alla vigilia dell’Anno Santo da lui proclamato:


Che il tuo Spirito di vita e di santità ci rinnovi nel profondo del cuore unendoci, per tutta la vita, al Cristo risuscitato, nostro Salvatore e Fratello.

In cammino con tutti i cristiani sulle vie del Vangelo, ci sia dato, fedeli all’insegnamento della Chiesa e solleciti delle necessità dei fratelli, di essere artefici di riconciliazione, di unità e di pace.

Feconda gli sforzi di coloro che lavorano al servizio degli uomini. Sii Tu la speranza e la luce di chi ti cerca anche senza conoscerti e di, conoscendoti, ti cerca sempre di più.

Perdona i nostri peccati, conferma la nostra fede, stimola la speranza, accresci la carità; fa che viviamo, seguendo Gesù, come tuoi figli amatissimi.

Che la tua Chiesa, con l’aiuto materno di Maria, sia segno e sacramento di salvezza per tutti gli uomini, perché il mondo creda al tuo amore e alla tua verità.

Anno 2011 - Messa celebrata dal socio Padre Andrea Giustiniani

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Anno 2008 - Pellegrinaggio a San Paolo

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